Maria Eliana Madonia

Architect Palermo / Italy

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Maria Eliana Madonia
Architetto, Dottore di Ricerca PhD e Docente di Progettazione architettonica dal 2001 presso la Facoltà di Architettura di Palermo, Visiting Professor alle Universität Gesamthochschule Kassel (Francoforte), University of Jordan (Amman), Al Al-Bayt University (Almafraq), Misr University for Science & Technology (Cairo), ha partecipato a progetti di ricerca finanziati nazionali e internazionali, workshop, mostre e convegni ed ha conseguito alcuni premi e riconoscimenti. Ha svolto servizi di formazione e ricerca presso Enti e Istituiti; Ricercatrice presso il Centro di studi ed iniziative culturali "Pio La Torre" di Palermo, ha lavorato alla questione del recupero dei beni confiscati alla mafia. Attraverso suoi progetti, partecipazioni a concorsi e realizzazioni, si è rivolta, nell’ambito della progettazione architettonica, al restauro (conseguendo la Specializzazione in Conservazione dell'Architettura Storica), al progetto urbano e degli spazi aperti, con particolare attenzione al tema dell'abitare, occasione di ricerca di una 'poetica della luce' che sia misura dello spazio interno e del suo movimento sotto l'effetto del respiro luminoso. Suoi scritti e progetti sono stati pubblicati su volumi scientifici, riviste specializzate e quaderni didattici.

Il vuoto è la condizione che consente di definire la distanza tra le cose, di evidenziarne e misurarne le relazioni: «L'anonimo giardiniere incaricato della composizione del giardino del monastero zen sa che non è sufficiente occuparsi solo delle pietre perché siano portatrici di significato, ma anche del fondo di ghiaia rastrellato su cui si dispongono.»1

Il progetto di architettura è ricerca: costruire lo spazio a partire dal vuoto è ricercare le condizioni che definiscono la distanza tra le cose, che ne evidenziano e ne misurano le relazioni. Esige chiarezza: gli elementi devono essere ben riconoscibili, coordinati e in relazione tra loro senza confondersi. Conduce alla trasparenza, a lavorare fisicamente e semanticamente con la luce: la luce descrive attraverso la trasparenza il rapporto con l'esterno, definisce la misura e il movimento dell'interno che ora si comprime ora si dilata come una cassa armonica sotto l'effetto del respiro luminoso ed emoziona.

Un'occasione, il progetto nasce da una volontà: il recupero di alcune piccole fabbriche, originariamente a servizio dell’attività agricola e da tempo abbandonate, per convertirle in strutture ricettive e di rappresentanza; la ristrutturazione di una residenza privata in un contesto condominiale urbano; la risistemazione e ampliamento, o l'edificazione ex novo, di una casa in posizione isolata, come residenza privata in un contesto paesaggistico, su un pendio ombreggiato o in una antica pineta, in un uliveto, su di una valle o in un centro storico...
Tutto ciò, al momento del primo sopralluogo, può essere rudere: intonaci scrostati, lacune che rivelano la trama della pietra sottostante, appena sbozzata; travi di legno scomposte che si lasciano attraversare da improvvisi fasci di luce, una scena affascinante, immobile nel suo disfarsi, «una sorta di specchio che non riflette»2 per via della spessa patina che il tempo vi ha sovrapposto; può essere un banale appartamento in condominio dalle finiture desuete; o ancora una porzione di terreno inserita in un contesto densamente edificato, o più rarefatto...
Ma c'è sempre un carattere essenziale, che impone con assoluta semplicità, un legame intimo delle forme al luogo, a quei diversi paesaggi, perché «l’idea sta nel “luogo” più che nella testa d’ognuno, per chi sia capace di vedere, e perciò può e deve sorgere alla prima occhiata; altri sguardi, suoi e di altri, andranno sovrapponendosi, e quello che nasce semplice e lineare diventerà complesso e prossimo al reale - veramente semplice».3
Ritroviamo nel progetto l’originale essenzialità, inseguiamo, componiamo, non senza una specie d’ingenuità, un’invenzione come costante trasformazione di ogni idea: «si tratta di una seconda spontaneità […] dell’esercizio, accelerato fin quasi al sincretismo, dell’ipotesi e della critica, dell’avvicinamento all’essenzialità».4
Alcune tracce, a volte, alcune parti esistenti, possono o devono essere conservate, anche nella loro scarsa consistenza. Tentiamo allora di riconoscerne il valore, per consolidarle e reinterpretarle attraverso un’operazione tesa a rintracciare la trama interrotta del racconto del luogo, così da poterne ampliare il testo, perché, «partendo da frammenti isolati, cerchiamo lo spazio che li sostiene».5
Delineamo, progressivamente, alcune azioni possibili: riconoscere, porre in relazione. Le relazioni tra gli oggetti riconosciuti diventano il contenuto e il fine, insieme, del progetto: sottrarre/aggiungere, separare/collegare, escludere/includere… «poi noi montiamo questi pezzi, creando uno spazio intermedio e trasformandolo in un’immagine, e gli diamo un senso, di modo che ciascuna immagine significhi qualcosa alla luce delle altre. In questo spazio possiamo trovare fin l’ultima pietra e l’ultimo conflitto. Trasformare lo spazio allo stesso modo in cui trasformiamo noi stessi: mediante pezzi confrontati con “gli altri”. La natura, come dimora dell’uomo, e l’uomo, come creatore della natura, assorbono entrambi tutto, accettando o respingendo ciò che aveva una forma transitoria, perché tutto lascia in essi il segno».6
Il lavoro, in alcuni casi, condotto insieme da due progettisti7 ha, di volta in volta, nei diversi passaggi concettuali e pragmatici, misurato e commisurato le specificità dell’agire professionale proprio delle diverse e complementari formazioni, diventando spesso terreno di confronto tra differenti punti di vista. Il mio personale, sono convinta, è «il risultato di collegamenti misteriosi in un flusso costante dal presente al passato, spesso proiettato al futuro. In questa passeggiata nel tempo, protagonista è la memoria. Il nostro impatto con il mondo, coscientemente o no, è guidato da ricordi di luoghi, di gente, di libri, di avvenimenti. E queste tracce, lasciate da antiche sensazioni e dal modo in cui le riviviamo, cambiano il nostro rapporto con il mondo, portandoci ad aprirci o a chiuderci ad esso. «Ci troviamo sulla cima di una piramide costruita con il passato e se non riusciamo ad accettarlo è perché siamo ossessionati dal pensiero obiettivo, razionale».8

Quando ci siamo misurati con la realizzazione di un'architettura temporanea semi-pubblica abbiamo voluto costruire un spazio urbano, un interno/esterno che descrive nel movimento delle sue linee la reciprocità che intercorre tra lo spazio della piazza (esterno) e lo spazio de suo confine abitato (interno), la complementarietà che lega il luogo della sosta e il luogo dell'attraversamento.
Il disegno del confine è il disegno dello spazio architettonico tra l'edificio e la piazza, il luogo di mezzo che acquista misura, altezza, profondità e significato. Luogo in quanto spazio abitato, spazio in quanto dimensione misurata e misurabile, in quanto forma definita dalla materia e dalla luce.
La materia, secondo un processo di astrazione che muove tanto dalla necessità quanto dalla appartenenza alla modernità, si scompone in una dimensione analitica: pietra per il pavimento, legno per la struttura, tela-plastica per la copertura e le schermature, sono elementi concepiti autonomamente secondo proprie strategie formali e compositive che, pur convergendo nella costruzione spaziale complessiva, non necessariamente coincidono.
La costruzione dello spazio vuole derivare dalla chiara espressione costruttiva, dalla precisione delle regole sintattiche, dalla intelleggibilità delle operazioni formali.
In questa ricerca, il cui primo obbiettivo è la chiarezza, gli elementi devono essere ben riconoscibili, coordinati e in relazione tra loro senza confondersi; assumono, così, il valore ed il significato di materiali obiettivi.
La chiarezza conduce a definire un proprietà di trasparenza che consente di lavorare fisicamente e semanticamente con la luce: la luce descrive attraverso la trasparenza il rapporto con l'esterno, il paesaggio urbano dell'intorno, definisce la misura e il movimento dello spazio interno che ora si comprime ora si dilata come una cassa armonica sotto l'effetto del respiro luminoso, accenta evidenziandone i diversi significati la dimensione formale complessiva.

Allo stesso modo negli interni delle case, dove «(...) il vero spazio è l'intervallo tra pareti, soffitto e pilastri, ed è anche il solo a possedere una sostanza autentica. Esso pone delle condizioni a ciò che lo delimita per soddisfare l'esigenza formale della funzione che gli è attribuita.»9
Il progetto dell'interno di una casa definisce lo spazio domestico come espressione ed insieme esperienza della reciprocità che può intercorrere tra una forma e il suo intorno, tra più forme e gli intervalli che esse stesse descrivono.
Il volume interno originario compreso tra le pareti perimetrali ed i solai, frammentato nei diversi ambienti domestici e disteso longitudinalmente tra il fronte sulla strada e il fronte sulla corte interna, viene svuotato per recuperarne l'unità primaria, la dimensione di spazio.
Il vuoto è la condizione che consente di definire la distanza tra le cose, di evidenziarne e misurarne le relazioni; nello spazio-vuoto vengono introdotti dei sassi, piccole forme che attraverso la loro chiara semplicità descrivono gli intervalli, definiscono i rapporti e riuniscono le varie «circostanze»10 presenti, le funzioni necessarie, in un nuovo ordine: gli ambienti della casa disposti spesso secondo il principio rigoroso dell'ortogonalità sono connessi da alcuni nuclei o elementi di servizio eccezionali che introducono un grado di complessità liberando un'azione dinamica, creando uno spazio attivo, uno spazio che respira della vita domestica come le vie e le piazze della vita urbana, nel quale la sintassi delle regole rivela con l'uso della luce naturale e artificiale il suo accento poetico, per il quale la narrazione svela l'emozione.

Note
1_Carlos Martì Aris, Silenzi eloquenti. Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza, acura di S. Pierini, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2004, p. 155.
2_Alvaro Siza, Opere e progetti, a cura di PEDRO DE LLANO E CARLOS CASTANHEIRA, Electa, Milano 1995, p. 71.
3_Ivi, p. 50.
4_Ivi, p. 58.
5_Ivi, p. 49.
6_bidem.
7_Maria Eliana Madonia e Barbara Salemi.
8_Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, Mondadori, Milano 1963 [1950].
9_Jan Geoerg Digerud, Il metodo di Louis I. Khan. Spazio e intervallo, in Christian Norberg-Schulz con la collaborazione di Jan Geoerg Digerud, Louis I. Kahn idea e immagine, Officina edizioni, Roma 1980, p. 154.
10_Christian Norberg-Schulz, Op. cit.
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Architetto, Dottore di Ricerca PhD e Docente di Progettazione architettonica dal 2001 presso la Facoltà di Architettura di Palermo, Visiting Professor alle Universität Gesamthochschule Kassel (Francoforte), University of Jordan (Amman), Al Al-Bayt University (Almafraq), Misr University for Science & Technology (Cairo), ha partecipato a progetti di ricerca finanziati nazionali e internazionali, workshop, mostre e convegni ed ha conseguito alcuni premi e riconoscimenti. Ha svolto servizi di formazione e ricerca presso Enti e Istituiti; Ricercatrice presso il Centro di studi ed iniziative culturali "Pio La Torre" di Palermo, ha lavorato alla questione del recupero dei beni confiscati alla mafia. Attraverso suoi progetti, partecipazioni a concorsi e realizzazioni, si è rivolta, nell’ambito della progettazione architettonica, al restauro (conseguendo la Specializzazione in Conservazione dell'Architettura Storica), al progetto urbano e degli spazi aperti, con particolare attenzione al tema dell'abitare, occasione di ricerca di una 'poetica della luce' che sia misura dello spazio interno e del suo movimento sotto l'effetto del respiro luminoso. Suoi scritti e progetti sono stati pubblicati su volumi scientifici, riviste specializzate e quaderni didattici. Il vuoto è la condizione che consente di definire la distanza tra le cose, di evidenziarne e misurarne le relazioni: «L'anonimo giardiniere incaricato della composizione del giardino del monastero zen sa che non è sufficiente occuparsi solo delle pietre perché siano portatrici di significato, ma anche del fondo di ghiaia rastrellato su cui si dispongono.»1 Il progetto di architettura è ricerca: costruire lo spazio a partire dal vuoto è ricercare le condizioni che definiscono la distanza tra le cose, che ne evidenziano e ne misurano le relazioni. Esige chiarezza: gli elementi devono essere ben riconoscibili, coordinati e in relazione tra loro senza confondersi. Conduce alla trasparenza, a lavorare fisicamente e semanticamente con la luce: la luce descrive attraverso la trasparenza il rapporto con l'esterno, definisce la misura e il movimento dell'interno che ora si comprime ora si dilata come una cassa armonica sotto l'effetto del respiro luminoso ed emoziona. Un'occasione, il progetto nasce da una volontà: il recupero di alcune piccole fabbriche, originariamente a servizio dell’attività agricola e da tempo abbandonate, per convertirle in strutture ricettive e di rappresentanza; la ristrutturazione di una residenza privata in un contesto condominiale urbano; la risistemazione e ampliamento, o l'edificazione ex novo, di una casa in posizione isolata, come residenza privata in un contesto paesaggistico, su un pendio ombreggiato o in una antica pineta, in un uliveto, su di una valle o in un centro storico... Tutto ciò, al momento del primo sopralluogo, può essere rudere: intonaci scrostati, lacune che rivelano la trama della pietra sottostante, appena sbozzata; travi di legno scomposte che si lasciano attraversare da improvvisi fasci di luce, una scena affascinante, immobile nel suo disfarsi, «una sorta di specchio che non riflette»2 per via della spessa patina che il tempo vi ha sovrapposto; può essere un banale appartamento in condominio dalle finiture desuete; o ancora una porzione di terreno inserita in un contesto densamente edificato, o più rarefatto... Ma c'è sempre un carattere essenziale, che impone con assoluta semplicità, un legame intimo delle forme al luogo, a quei diversi paesaggi, perché «l’idea sta nel “luogo” più che nella testa d’ognuno, per chi sia capace di vedere, e perciò può e deve sorgere alla prima occhiata; altri sguardi, suoi e di altri, andranno sovrapponendosi, e quello che nasce semplice e lineare diventerà complesso e prossimo al reale - veramente semplice».3 Ritroviamo nel progetto l’originale essenzialità, inseguiamo, componiamo, non senza una specie d’ingenuità, un’invenzione come costante trasformazione di ogni idea: «si tratta di una seconda spontaneità […] dell’esercizio, accelerato fin quasi al sincretismo, dell’ipotesi e della critica, dell’avvicinamento all’essenzialità».4 Alcune tracce, a volte, alcune parti esistenti, possono o devono essere conservate, anche nella loro scarsa consistenza. Tentiamo allora di riconoscerne il valore, per consolidarle e reinterpretarle attraverso un’operazione tesa a rintracciare la trama interrotta del racconto del luogo, così da poterne ampliare il testo, perché, «partendo da frammenti isolati, cerchiamo lo spazio che li sostiene».5 Delineamo, progressivamente, alcune azioni possibili: riconoscere, porre in relazione. Le relazioni tra gli oggetti riconosciuti diventano il contenuto e il fine, insieme, del progetto: sottrarre/aggiungere, separare/collegare, escludere/includere… «poi noi montiamo questi pezzi, creando uno spazio intermedio e trasformandolo in un’immagine, e gli diamo un senso, di modo che ciascuna immagine significhi qualcosa alla luce delle altre. In questo spazio possiamo trovare fin l’ultima pietra e l’ultimo conflitto. Trasformare lo spazio allo stesso modo in cui trasformiamo noi stessi: mediante pezzi confrontati con “gli altri”. La natura, come dimora dell’uomo, e l’uomo, come creatore della natura, assorbono entrambi tutto, accettando o respingendo ciò che aveva una forma transitoria, perché tutto lascia in essi il segno».6 Il lavoro, in alcuni casi, condotto insieme da due progettisti7 ha, di volta in volta, nei diversi passaggi concettuali e pragmatici, misurato e commisurato le specificità dell’agire professionale proprio delle diverse e complementari formazioni, diventando spesso terreno di confronto tra differenti punti di vista. Il mio personale, sono convinta, è «il risultato di collegamenti misteriosi in un flusso costante dal presente al passato, spesso proiettato al futuro. In questa passeggiata nel tempo, protagonista è la memoria. Il nostro impatto con il mondo, coscientemente o no, è guidato da ricordi di luoghi, di gente, di libri, di avvenimenti. E queste tracce, lasciate da antiche sensazioni e dal modo in cui le riviviamo, cambiano il nostro rapporto con il mondo, portandoci ad aprirci o a chiuderci ad esso. «Ci troviamo sulla cima di una piramide costruita con il passato e se non riusciamo ad accettarlo è perché siamo ossessionati dal pensiero obiettivo, razionale».8 Quando ci siamo misurati con la realizzazione di un'architettura temporanea semi-pubblica abbiamo voluto costruire un spazio urbano, un interno/esterno che descrive nel movimento delle sue linee la reciprocità che intercorre tra lo spazio della piazza (esterno) e lo spazio de suo confine abitato (interno), la complementarietà che lega il luogo della sosta e il luogo dell'attraversamento. Il disegno del confine è il disegno dello spazio architettonico tra l'edificio e la piazza, il luogo di mezzo che acquista misura, altezza, profondità e significato. Luogo in quanto spazio abitato, spazio in quanto dimensione misurata e misurabile, in quanto forma definita dalla materia e dalla luce. La materia, secondo un processo di astrazione che muove tanto dalla necessità quanto dalla appartenenza alla modernità, si scompone in una dimensione analitica: pietra per il pavimento, legno per la struttura, tela-plastica per la copertura e le schermature, sono elementi concepiti autonomamente secondo proprie strategie formali e compositive che, pur convergendo nella costruzione spaziale complessiva, non necessariamente coincidono. La costruzione dello spazio vuole derivare dalla chiara espressione costruttiva, dalla precisione delle regole sintattiche, dalla intelleggibilità delle operazioni formali. In questa ricerca, il cui primo obbiettivo è la chiarezza, gli elementi devono essere ben riconoscibili, coordinati e in relazione tra loro senza confondersi; assumono, così, il valore ed il significato di materiali obiettivi. La chiarezza conduce a definire un proprietà di trasparenza che consente di lavorare fisicamente e semanticamente con la luce: la luce descrive attraverso la trasparenza il rapporto con l'esterno, il paesaggio urbano dell'intorno, definisce la misura e il movimento dello spazio interno che ora si comprime ora si dilata come una cassa armonica sotto l'effetto del respiro luminoso, accenta evidenziandone i diversi significati la dimensione formale complessiva. Allo stesso modo negli interni delle case, dove «(...) il vero spazio è l'intervallo tra pareti, soffitto e pilastri, ed è anche il solo a possedere una sostanza autentica. Esso pone delle condizioni a ciò che lo delimita per soddisfare l'esigenza formale della funzione che gli è attribuita.»9 Il progetto dell'interno di una casa definisce lo spazio domestico come espressione ed insieme esperienza della reciprocità che può intercorrere tra una forma e il suo intorno, tra più forme e gli intervalli che esse stesse descrivono. Il volume interno originario compreso tra le pareti perimetrali ed i solai, frammentato nei diversi ambienti domestici e disteso longitudinalmente tra il fronte sulla strada e il fronte sulla corte interna, viene svuotato per recuperarne l'unità primaria, la dimensione di spazio. Il vuoto è la condizione che consente di definire la distanza tra le cose, di evidenziarne e misurarne le relazioni; nello spazio-vuoto vengono introdotti dei sassi, piccole forme che attraverso la loro chiara semplicità descrivono gli intervalli, definiscono i rapporti e riuniscono le varie «circostanze»10 presenti, le funzioni necessarie, in un nuovo ordine: gli ambienti della casa disposti spesso secondo il principio rigoroso dell'ortogonalità sono connessi da alcuni nuclei o elementi di servizio eccezionali che introducono un grado di complessità liberando un'azione dinamica, creando uno spazio attivo, uno spazio che respira della vita domestica come le vie e le piazze della vita urbana, nel quale la sintassi delle regole rivela con l'uso della luce naturale e artificiale il suo accento poetico, per il quale la narrazione svela l'emozione. Note 1_Carlos Martì Aris, Silenzi eloquenti. Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza, acura di S. Pierini, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2004, p. 155. 2_Alvaro Siza, Opere e progetti, a cura di PEDRO DE LLANO E CARLOS CASTANHEIRA, Electa, Milano 1995, p. 71. 3_Ivi, p. 50. 4_Ivi, p. 58. 5_Ivi, p. 49. 6_bidem. 7_Maria Eliana Madonia e Barbara Salemi. 8_Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, Mondadori, Milano 1963 [1950]. 9_Jan Geoerg Digerud, Il metodo di Louis I. Khan. Spazio e intervallo, in Christian Norberg-Schulz con la collaborazione di Jan Geoerg Digerud, Louis I. Kahn idea e immagine, Officina edizioni, Roma 1980, p. 154. 10_Christian Norberg-Schulz, Op. cit.

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