La villa sul colle di Brno

Casa Tugendhat by Mies van der Rohe e la grotta.

by Alessandro Marini
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Vaghiamo per via Drobnèho, in cerca di un segno, uno qualunque. Il tempo fa schifo. Chiedere a qualcuno è forse troppo? Eppure non ricordo passanti. Poi per sbaglio vediamo il cartello, leggiamo solo “…Tugendhat”; ok, per di qua. Una lunga salita, via Černopolní.

 Ebbene scordatevi le immagini che rappresentano Casa Tugendhat in un qualsiasi libro o manuale di architettura, perché la villa, quella vera, non è che un vago ricordo di quelle foto (come di quelle presenti in questa pagina); o forse è l’esatto contrario. In ogni caso l’impatto con la facciata anteriore è strano, alienante: la casa è tirata a lucido, tutta ristrutturata e appena ridipinta, e forse è per questo che risulta tanto diversa da tutto ciò che la circonda; il vicinato presenta case basse (non so perché ma due di loro mi ricordano la colonia di Darmstadt) con tetti a spioventi, taluni notevoli, e di colori chiari. E poi i profili aguzzi sembrano essere recisi in corrispondenza della casa: un solo piano, si direbbe, copertura piana, intonaco bianco, due volumi distinti separati da un passaggio ampio in corrispondenza del cancello d’ingresso; sembra un tunnel che sfocia su Brno, perché dalla balconata cui esso conduce è visibile davvero tutta la città storica, un affaccio privilegiato permesso dal colle su cui si posa la villa.

Ma non voglio descrivere le parti della casa, altri meglio e prima di me l’hanno fatto, io voglio cercare di capirla.

Il colpo d’occhio è notevole, il prospetto lunghissimo, dimensioni inimmaginabili da foto e video, inaspettate. Giunge l’ora della visita e ci spostiamo verso la biglietteria collocata nella vecchia casa del custode: per giungervi bisogna passare per il garage della villa dove è stata collocata un’auto d’epoca: è naturale, sembra di vedere uno scatto della quotidianità che questa casa è stata capace di accogliere, aspetto non da trascurare viste le forti critiche che si sono susseguite sulla sua inabitabilità (dall’articolo su “Die Form” alle affermazioni di Wright e bla bla bla…). Ma è ora di entrare, dai siamo curiosi, vogliamo vedere la Casa di Mies.
E sono i dettagli che ti stendono: la porta d’ingresso, alta, altissima, sacra, una lastra di palissandro scuro con manopola cromata, da vedere perché indescrivibile, una fessura più che un buco. Dalla stanza adibita a studio una finestrata permette forti visioni: la luce del sole penetra nell’ambiente e si riflette sulla sedia Brno lì collocata. Visitiamo le stanze da letto, colpisce quella della figlia Hanna, avvolta nel legno di zebrano: caldo, delicato. Dall’ingresso ora scendiamo, entriamo nel cuore della casa attraverso una scala che è già di per sé un pezzo unico, una scultura fatta di spazio, curve, gradini in travertino, vetrate opaline e soprattutto del pilastro a croce svettante al centro della tromba.

Siamo arrivati all’ambiente su cui Mies van der Rohe ha sviluppato il progetto, il fulcro più significativo della casa, il grande open space del piano centrale. Davvero non si può comunicare la sua immensità, definirla per mezzo di mq è stupido oltre che inutile: solo spazio, fluente, aperto, continuo, che mette soggezione e curiosità insieme. E i pilastri, gente, i pilastri! Sono forti, possenti, lucenti perché cromati, e ingenti: certo negli schizzi dell’architetto appaiono come poco più che linee sottili, ma non lo sono. Sono ossa, sono struttura evidente: si vede luce ma si tocca acciaio. Eppure in questo spazio eterno riescono a snellirsi, a farsi discreti e si impongono solo per mettere ordine: non è roba da manuali di architettura, è proprio così, mettono ordine.
E le vetrate, retrattili nel piano tecnico sottostante, aprono la vista, la estendono al di fuori della casa: sono il vuoto voluto da Mies, nulla di più. E ancora la parete in onice, la tramezza curva in ebano Macassar della sala da pranzo, gli arredi stessi: è tutto un fuori scala, troppo grandi per uomini (o sono gli uomini ad essersi abituati al troppo piccolo? Nell’era della macchina e dei transatlantici…). Dettagli che fanno riflettere: di fronte alle vetrate scorrono dei tubi metallici, al di sotto del parapetto cromato, quasi poggianti al pavimento; si tratta dell’impianto di riscaldamento, tutt’ora funzionante (lo può testimoniare il mio indice destro, traumatizzato dalla scossa di corrente trasmessa al contatto con il tubo).
Oh cavolo, dimenticavo le tende: nulla da dire, sono pareti mobili  bianche e nere più efficaci della più spessa cortina muraria (ma almeno se ti ci scontri non ti fai male), organizzano lo spazio in molteplici varianti; eppure non lo separano, non lo sfregiano, solo ne deviano il flusso, sempre percepibile. Ma ancora un dettaglio, nel vano tecnico inferiore questa volta (visitatelo perché ne vale la pena, in esso si apprezza l’interesse sempre presente in Mies per la tecnologia e per il benessere ambientale, nel sistema di riscaldamento e raffreddamento, negli ingranaggi per l’abbassamento delle vetrate): una costola nel solaio, è il segno lasciato dalla parete in onice del soggiorno nel trafiggere il piano, per starvi stabile, tanto tetragona nell’open space.
Si può continuare per ore, anzi per pagine: la scalinata sul giardino, gli infissi scuri, i pilastri variamente rivestiti, la stanza per proiettare film, il tavolo rotondo, il giardino d’inverno imprigionato tra due vetrate gemelle e parallele, le poltroncine Tugendhat e Barcellona (con rivestimenti che riprendono i colori della nostra bandiera, graditi anche se credo non voluti).
Ma è lo spazio che colpisce, il vuoto fluido, l’immensità, la forza, i dettagli, i materiali così ricercati e per questo spaesanti, sacri. Non so perché ma la parola che mi ronza in testa è sacro, puro, quasi naturale (e di naturale c’è ben poco, ma i pensieri e le sensazioni seguono le loro ragioni).
Solo non capisco come Wright potesse ritenere questi pilastri d’intralcio, come se 8 alberi fossero d’intralcio ad una prateria, come se le prairie house fossero d’intralcio alla sua prateria.
Ma l’interrogativo più grande rimane: “Si può vivere in Casa Tugendhat?”. La mia amica Mary vi risponderebbe:
“Bè, se me la regalassero io non avrei di questi problemi!”
“E come fai se non puoi appendere i quadri che vuoi?”
“Faccio a meno!”
Sono battute (o forse no) ma in ogni caso un po’ ha ragione: non è certo la casa calda ed accogliente che vorremmo, e nemmeno la casa più personalizzabile di questo mondo; ma non siamo superficiali, la casa non è costituita solo dall’open space, ed anche in esso ci si può vivere; perché in villa Savoye potete piazzarci mobili antichi? e in Villa Koshino di Ando? Ogni casa (o quasi) è schiava del suo tempo e del suo architetto (Loos rabbrividisce, ma a mio parere anche le sue case lo sono). Ma sono solo idee, così, pensieri, contano poco. Eppure una domanda voglio farvela.
Immaginate una spelonca nel mezzo della foresta, essa conduce ad una grotta nascosta: fa freddo lì dentro. E poi c’è un ruscello che sfocia in una cascata proprio nella grotta, l’acqua ghiacciata scroscia infrangendosi tra le rocce, fredde. E poi c’è una fessura nella copertura della caverna: da qui filtrano raggi di luce, non raggi solari diretti, ma luce fredda. Essa riverbera nel corso dell’acqua, rimbalza, si infrange sulle ruvide pareti, si scompone in molteplici raggi. I giochi di luce abbagliano.
Potreste dire forse di provare un qualche disagio? Vi sembra forse un’immagine fredda? O non vi sembra piuttosto un angolo di paradiso? 



(per informazioni e immagini ufficiali visitate: Villa Tugendhat .Per dettagli ulteriori vi rimando al nostro progetto Studio e restituzione grafica di Casa Tugendhat by Mies Van der Rohe)
Photos by Carolina Scaroni, 11.03.12 

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    • Alessandro Marini

      Alessandro Marini

      Engineer

      Milan / Italy

      He has a professional experience in BIM technology applied to medium/large scale buildings; he is actually focusing on the parametric and algorithmic design, very interested in complex shapes management and automatization of project flows. He graduated in Architectural Engineering in March 2016 with full marks (110/110 cum laude) presenting a thesis about the integrated (architectural and structural) rehabilitation. The work has been primarily developed during a period of study in the Netherlan)

    Villa Tugendhat 39

    Villa Tugendhat

    Brno / Czech Rep. / 1930

    Studio e restituzione grafica di Casa Tugendhat by Mies Van der Rohe 8

    Studio e restituzione grafica di Casa Tugendhat by Mies Van der Rohe

    Brescia / Italy / 2012