Niemeyer, muore il padre di Brasília

L'incontro a Rio de Janeiro in occasione dei suoi primi 100...

by Beppe Ceccato
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Oscar Niemeyer è morto. In ospedale, dopo giorni e giorni di ricovero e complicazioni dovute alla vecchiaia. Avrebbe compiuto 105 anni! Se n'è andato uno degli architetti più famosi del Pianeta, uno che ha vissuto la storia del Novecento, conosciuto tutti i grandi del secolo scorso, amico fraterno di Fidel Castro, comunista inveterato, uno che ha lasciato il suo marchio ovunque. A Milano, il palazzo della Mondadori, a New York, quello dell'Onu (era nel pool di architetti). Ma il suo nome è inevitabilmente legato alla sua opera più imponente, Brasilia, la capitale del Gigante Sudamericano.

Photo: Beppe Ceccato, Brasilia Digital TV Tower

Una città nata nel nulla, voluta da un presidente visionario (Juscelino Kubitschek) che ne affidò il progetto all'urbanista Lúcio Costa e a Oscár Niemeyer che, in quei palazzi ci mise il suo ideale di bellezza: le curve (il cemento era materiale che si prestava a ciò) simbolo di vita, sessualità, armonia.

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo del Congresso, Brasilia

 Quando ha compiuto 100 anni siamo andati a trovarlo a Rio de Janeiro nel suo studio di Copacabana. Stavamo facendo un lavoro sullo 'choro', un genere musicale di metà ottocento riportato in voga da giovani e mostruosamente bravi musicisti, e le opere estremamente moderne dell'architetto centenario. Allora (ma anche adesso) ci era sembrato un riassunto perfetto di quello che è il Brasile oggi. Ve lo riproponiamo, con tutte le "pecche" dell'età!

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo del Congresso, Brasilia

Ondeggiando scomposto come l’incedere di un ubriaco, il tram scende dal quartiere di Santa Teresa correndo sui binari, in cima agli archi della Lapa. Sotto, la città vecchia, la cattedrale a forma conica, palazzi moderni e vecchie case, il traffico di un giorno di lavoro, la fantasia popolare. Che bella Rio de Janeiro! Una bellezza imperfetta, sensuale, penetrante, irriverente. In questo delicato “ecosistema”, che sembra cedere da un momento all’altro a una violenza figlia della disuguaglianza e degli eterni contrasti, amore e odio, favelas e palazzi futuristi, chirurgia plastica e meninos de rua, ogni giorno calcano le scene attori inconsapevoli, libera espressione di quella strana forma d’arte che è la fantasia brasileira. Siamo qui per incontrarne due. Diversi per professione e per età: li separano 66 anni e tante storie.

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo Itamaraty, Brasilia

Uno fa l’architetto. Anzi, è l’Architetto per antonomasia. Di nome fa Oscár. Di cognome Niemeyer. Di anni ne compirà 100 il 15 dicembre prossimo: è il padre di Brasilia, l’uomo che ha usato il cemento armato per trasferire nei palazzi tutta la sensualità delle donne cariocas. L’altro si chiama Marcello Gonçalves. Ha 34 anni e fa il musicista: suona la chitarra. Diplomato al conservatorio, s’è innamorato perdutamente di un genere musicale di 130 anni fa, lo choro (si legge scioro), la prima, vera musica popolare urbana del Brasile.

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo Itamaraty, Brasilia

Non li abbiamo incontrati per caso, ma cercati con determinazione perché ai nostri occhi rappresentano quello che è Rio oggi. Il primo, risposatosi a 99 anni con una giovane e simpatica signora di 65, vive la vita con il desiderio di sfruttarla fino in fondo, sperimentando l’essenzialità delle forme, la poesia delle curve, il piacere dello stupore, il futuro.

Photo: Beppe Ceccato, Oscar Niemeyer Cultural Centre, Brasilia

Il secondo, studia il passato, lo reinterpreta, per divulgare una musica nata nei botequim, i bar cittadini, inseguimento virtuoso di note che solo musicisti esperti possono permettersi, antesignana del samba e della bossanova. Una sorta di jazz, dove l’improvvisazione è fatta di sottili variazioni, un rincorrersi tra gli strumenti che non permette errori. I giovani che si avvicinano allo choro e se ne innamorano sono sempre di più, basta andare una sera al quartiere di Lapa, in uno dei numerosi bar dove si suona musica dal vivo.

Photo: Beppe Ceccato, Chiesa di Dom João Bosco, Brasilia

L’appuntamento con Niemeyer è alle dieci del mattino. Siamo puntuali come scolaretti al primo giorno di scuola. Il suo studio si trova sulla spiaggia di Copacabana, all’ultimo piano dell’Edificio Ypiranga, un palazzo dalle curve pronunciate simili alle onde dell’Atlantico, oltre la strada. L’Architetto lavora ancora, e ci mancherebbe! Arriva tutti i giorni alle dieci, si siede nel suo ufficio, tanti libri, una foto di nudo femminile, un cavaquinho, la piccola chitarra suonata da anni, indispensabile per un buon samba o uno choro. Unica concessione al lusso, un mega televisore a cristalli liquidi.

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo del Congresso, Brasilia

“Perché volete intervistarmi?” - Le domande le fa lui - Risposta: “Perché vogliamo capire come lei, a 100 anni, abbia ancora la voglia di fantasticare, sognare, creare il futuro”. Il segreto lo svela subito: “Penso di avere 50 anni, ho ancora tanti progetti da realizzare. Ma questo non è importante, l’architettura non è importante. Quello che conta è la vita. Come ci si comporta nella società, l’onestà intellettuale, la condivisione di quello che si ha. L’essere consapevoli della realtà in cui viviamo, per me, conta più dell’architettura in sé”.

Photo: Beppe Ceccato, Supremo Tribunal Federal, Brasilia

Niemeyer è un comunista convinto, da sempre. E tutti i suoi lavori sono stati concepiti anche con l’occhio politico, oltre che professionale. Da pochi mesi Niteroi, la città dall’altra parte della Baia di Guanabara di fronte a Rio, ha inaugurato un’altra opera di Oscár (con l’accento sulla a, così lo chiamano in Brasile), il Teatro Popular, un regalo dell’architetto al popolo. “L’avete visto?” chiede. Sì, gli rispondiamo, “e lascia senza parole”. “Più che un edificio è un messaggio”, racconta. I colori usati, il giallo e il verde, sono quelli della bandiera brasiliana. Anche i disegni, composti sulle mattonelle, sono simbolici: il popolo con un aquilone rosso, unica nota di colore, e le leggiadre e sensuali forme di donne nude dipinte da lui stesso.

Photo: Beppe Ceccato, Monumento funebre  di Juscelino Kubitsheck, Brasilia

Lì vicino sorgerà la Fondazione Niemeyer e, con lei, una scuola, di Arquitetura e Humanidade (inaugurerà il 15 dicembre): “Perché dobbiamo dare a tutti l’opportunità d’imparare”. Nella sala d’ingresso dello studio le pareti sono bianche: le usa come foglio per dipingere, spiegano i suoi collaboratori. Come contrasto, alcune sedie gialle, in fila: “Servono per le lezioni”, spiega Oscár sbuffando uno dei suoi charutinhos, sigarilli. “Ogni martedì pomeriggio, alle cinque, un professore di filosofia viene a parlarci della vita”. Alle lezioni partecipano tutti, dalla segretaria all’Architetto, anche chi si trova a passare per caso.

Photo: Beppe Ceccato, Palazzo del Congresso, Brasilia

(...) “La mia vita non è niente di speciale” ci ha salutati Niemeyer. “Sono uguale a te, agli altri: si nasce, si vive, si va via e chiuso. L’importante è condividere il proprio sapere. Questo è il mondo che io mi aspetto”.

 

Photo: Beppe Ceccato, Army Headquarters, Brasilia

Photo Credits: Giuseppe Ceccato

L'articolo su:

http://www.rollingstonemagazine.it/cultura/notizie/niemeyer-muore-il-padre-di-braslia/61402

 

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