Parco Acquatico | Salvatore Curcio

Cefalù / Italy / 2007

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Opera premiata a "Quadranti di Architettura" 2008, premio "G.B. Vaccarini" all’opera prima.

Descrizione del progetto
Il progetto elaborato per la società I.G.A.C. s.p.a. riguarda la realizzazione di un parco acquatico con annesso centro benessere. La committenza da subito ha avuto un ruolo da protagonista in questo esercizio progettuale, sopratutto al momento della definizione del complesso programma funzionale. In questo momento di dialogo si è definita la necessità di realizzare una struttura capace di funzionare indipendentemente dalla struttura alberghiera a cui è collegata.


La nuova costruzione prossima alla struttura alberghiera dista circa 6 km da Cefalù, sul versante occidentale. Originariamente questo spazio era adibito a giardino e nella sua disorganicità, manteneva un naturale rapporto visivo con il resto del paesaggio costiero sottostante, vari terrazzamenti di terreno collegati tra loro da delle rampe ne disegnavano il suolo. Nel suo complesso era segnata dalla presenza di alcuni accessi pedonali e carrabili e ad una vecchia costruzione rurale adibita a deposito attrezzi per il personale alberghiero.

Gli elementi di questa elaborazione progettuale sono dunque definiti in due grandi categorie: la prima quella relativa al territorio e alle sua naturale vocazione a diventare paesaggio; la seconda il programma funzionale strumento alla base della teoria architettonica del movimento moderno e a cui la contemporaneità dà valore di principio ordinatore nelle elaborazioni formali e diagrammatiche che caratterizzano la ricerca progettuale. Lo strumento attraverso cui queste invarianti divento progetto e quindi spazio è quello del percorso. La scelta di utilizzare il percorso come metodo per la ricerca progettuale oltre che di natura funzionale è una volontà attraverso cui si attribuiscono al progetto urbano e alla teoria della città il ruolo di portatori di significato.

In questo assetto architettonico la nuova struttura è una realtà ben integrata con il preesistente. L’equilibrio, tra livelli diversificati di densità urbana e caratteristiche volumetriche degli spazi, si risolve nella dimensione urbana: dalle zone più ricche di edifici, piazze, percorsi, mura, a quelle più aperte e ariose, la cui misura dell’uomo nel suo procedere sfuma lentamente fino a confondersi con quella del paesaggio.

Il costruito è parte del territorio, appartiene alla storia della città nei suoi elementi tipologici e nelle sue caratteristiche morfologiche. Il lungo portico ad occidente segna il limite tra il plateatico della piscina e l’urbano del centro benessere articolato come una villa romana attorno al patio. Un vero e proprio impluvio in cui la piscina termale costituisce l’elemento scenografico al quale guardano le grandi vetrate. Lo spazio si svolge in questo modo senza soluzione di continuità, gli ambienti sono attraversati da un continuo gioco di rimandi fisici e visuali fino a oltrepassare nuovamente il portico verso la scoperta della luce del tramonto, la luce della città di Cefalù.
A questo forte rapporto con gli elementi primari, con la complessità dello svolgersi degli ambienti, il progetto risponde con forme pure in cui il bianco dell’intonaco, la pavimentazione in legno e l’acqua sono funzionali al racconto del “progetto di architettura”. La “forma” è un architettura che da sempre appartiene al suo “luogo” inserita tettonicamente come una grande piastra dalla quale emerge come un oggetto prezioso la memoria della preesistenza trasformata per accogliere una nuova funzione.
Questa architettura ha l’ambizione di inserire un ulteriore tassello nel campo della ricerca che ha caratterizzato la storia dell’architettura di questa piccola città.


Il muro
di Ugo Rosa

“Qui chi amasse sussurrare diventerebbe falso e troverebbe chiarezza a buon mercato”.
Ernst Bloch, Spirito dell’utopia

“Non è necessario aggiungere altro a proposito delle trasformazioni. Coloro che si sentono attratti naturalmente dall’argomento comprenderanno subito l’importanza di quanto è stato detto. Coloro che hanno altre inclinazioni possono riflettere che per un cavallo cieco un cenno del capo vale quanto una strizzata d’occhio”.
Aleister Crowley, Magick (Parte III, Libro quattro, 11)

Non tutti sono tenuti a sapere chi è Aleister Crowley, e tantomeno ad aver letto il suo ponderoso capo d’opera, né io desidero assumermi la responsabilità di annoiarlo con le mie spiegazioni, ma desidero annotare una cosa che mi ha incuriosito. Una mia amica, che non vive in Italia e non si occupa di architettura (perciò è particolarmente attendibile) mi ha detto una volta che le cose più curiose che ricorda di Cefalù sono due costruzioni che rappresentano, una, il massimo dell’istituzionalità: la facciata del Municipio. L’altra il massimo dell’anti-istituzionalità anarchica e ombrosa, esoterica e oscuramente sensuale: la semi-diroccata villa Thélema, la casa del più celebre mago del novecento che credo custodisca ancora su un muro i bizzarri graffiti di Crowley. L’anfibolo, a suo tempo, non mi aveva particolarmente colpito. Poi, qualche giorno fa, sulla pagina di Wikipedia dedicata alla cittadina siciliana, nella sezione intitolata “Personaggi legati a Cefalù” ho scoperto che figurano solo due nomi: quello di Aleister Crowley e quello di Pasquale Culotta.



Salvatore Curcio, nato a Cefalù, si è formato lontano e, lontano, ha mosso i primi passi nel mestiere di architetto.
Qualche anno fa, al suo ritorno in paese, è stato incaricato di progettare un piccolo caffè nel centro storico e l’ha portato a termine in modo abbastanza sorprendente. Ci si sarebbe potuti attendere, infatti, da un giovane che aveva avuto Aldo Rossi e Gianni Braghieri come maestri, uno “stile” assai vicino a questi ultimi. Ma no. Salvatore ha realizzato una piccola opera che, paradossalmente, costituisce un omaggio quasi diretto (a cominciare dagli schizzi di studio) al magistero di Pasquale Culotta.
Cosa ancora più sorprendente, il suo discreto, intelligente, tributo continua pacatamente e si precisa oggi, a un paio d’anni di distanza da quel primo incarico, con questa seconda opera: un parco acquatico a qualche chilometro dal centro abitato.
Dobbiamo perciò constatare ancora una volta che al tempo piace giocare strani tiri.
Vediamo perché.
Cefalù, luogo internazionalmente conosciuto per balneazione e bagordi estivi, per qualche tempo fu nota anche, nel recinto asfittico in cui pascolano gli architetti, come culla di quella “Scuola di Cefalù” che ebbe in Culotta e Leone i suoi capostipiti. Molte delle loro opere, infatti, forse le più importanti, si trovano proprio qui. Con esse, l’apporto della “scuola” alla città da cui ha preso il nome inizia e, allo stesso tempo, finisce (con una sola, calligrafica e un po’ libresca, eccezione: la Corte delle stelle, costruita parecchi lustri addietro da un paio di, allora giovani, allievi di Culotta). Va detto, per onestà di cronaca, che dopo un decennio e passa di promesse reiterate ma non mantenute, la scuola naufragò, alla fine, nei flutti della mediocrità epigonica. Questo però non è importante. Quel che conta è che la scuola di Cefalù, a Cefalù, non ha fatto scuola.
Strano ma vero.
Il critico volenteroso può, se ne ha voglia, interrogarsi sul perché e sul percome ma sinceramente la cosa, an sich, a me, in questa sede, non interessa.
Ed ecco, guardate qui, tra i pupi e il puparo, dov’è che va a ficcarsi il tafano burlone della storia.
Proprio al principiare del secondo millennio riscende al paese questo giovane migrante, formatosi altrove (quasi all’estero…) che ad altri maestri deve la sua formazione e che né per biografia né (a giudicare dai suoi progetti scolastici) per vocazione, appartiene a questa “scuola”.
Arriva e, con le sue prime due opere fa qualcosa che non ci si sarebbe aspettato: rende un insospettabile omaggio ai decani dell’architettura locale.
Compie, in altre parole, un atto di pietas e, insieme, un rito apotropaico.
Perché un rito apotropaico?
Perché esorcizza, nel luogo stesso che la nomina, la latitanza della scuola.
Perché un atto di pietas?
Perché si fa carico di celebrare un genius loci che, certo, non rientrava tra i suoi lari. Lo fa affettuosamente, in modo mite e disinteressato. Certo, l’encefalogramma della scuola rimarrà piatto ma, se ci pensate, è proprio per questo suo carattere terminale e solitario che un tale omaggio è rasserenante. Sarebbe piaciuto al saggio Confucio, per il quale la pietas verso gli avi costituiva il cardine della civiltà. Nel mio piccolo, piace anche a me: non sono forse i gesti di cortesia gratuita che, in fondo, rendono sopportabile la vita?
D’altra parte, se è vero che nel progetto presentato in queste pagine sono presenti risonanze culottiane, è altresì innegabile che certe particolarità, per così dire, di “orchestrazione” derivino inevitabilmente dalla formazione rossiana dell’autore.
La nostalgica apparizione della corte, per esempio, ma anche la compostezza ritmica delle aperture e soprattutto il gesto con cui si fa di un solo elemento (un muro) il generatore di tutta l’opera, la coerenza con cui se ne sviluppano le conseguenze e il rigore con cui si tiene duro sulla decisione di non lasciar sbracare un tema che, in mano a molti altri, sarebbe diventato (come usa oggi) occasione di vuoto virtuosismo, dicono tale formazione.
Insieme, naturalmente, ai riferimenti “urbani”, forse un tantino didascalici per i miei gusti, ma che non mancano di attestare con la giusta fierezza, l’antico blasone della “tendenza” (…e ben vengano, in questi tempi di rampantismo ignorante e manesco).
Veniamo al tema che si fa occasione del progetto.
Esso, si sa, non dipende mai dall’architetto. Da lui dipende, semmai, il modo di accostarlo, ammansirlo, ridurlo al recinto. Non sempre (anzi, quasi mai) il tema è, dunque quello che si vorrebbe fosse. A volte sembra bizzarro, triviale, eccessivo, matto. Allora sta all’architetto ricondurlo alla ragione.
Capisco bene, per esempio, che a qualcuno un parco acquatico in una località come Cefalù possa sembrare una discreta follia (sebbene per arrivare a pensarci, ormai, occorra fare mente locale: tanto ci siamo abituati a questa delirante normalità…).
La motiva, forse, l’ansia di divertirsi sempre un po’ più degli altri e, soprattutto, di fare vedere a tutti quanto ci si diverte?
Oppure c’è che il mare, qualche volta, è troppo e ci si trova più a proprio agio nella vasca da bagno?
Il ragionamento schizoide sembra questo: a due passi, ci sono spiagge, paesaggi e mare tra i più incantevoli del pianeta allora, dico, perché non andare a tuffarsi in piscina attraverso un tubo di plastica?
Già.
Perché.
E’ una domanda alla quale non esiste risposta. Non meno di quella che da secoli tormenta le teodicee. Perciò mi sembra proprio che, se un giovane architetto, progettando uno di tali congegni acquatici, non ha perduto la testa questa è cosa di per sé rilevante ed encomiabile.
Serviva tenere la testa sulle spalle e Salvatore l’ha fatto.
Non è poco, vi prego di notarlo. Ci vuole fermezza.
Egli, infatti, non ha preteso di dar risposta a questa domanda: ha solo fatto sì che chi volesse tuffarsi attraverso il tubo potesse farlo senza ulteriori mediazioni pubblicitarie e spettacolarizzanti. Sembra niente ed è, invece, tantissimo perché è proprio in quel sottile passaggio, che l’architetto sceglie di essere tale e di non mutarsi in scenografo dei divertimenti.
Questa scelta sarà, forse, minima, ma, allo stesso tempo, essenziale.
Non so, per dire, se a Libeskind oppure a Fuksas sia capitato di progettare un parco acquatico. Forse no, magari, però potrebbe capitargli; non oso immaginare quello che, allora, sarebbero capaci di fare, ma sono ragionevolmente sicuro che il moto delle acque si trasferirebbe come d’incanto alle pavimentazioni e che, da queste, ciabatterebbe dionisiacamente fino alle docce, come dopo una notte di bordello, riversandosi infine, tsunami immiserito e stanco di far strage, dentro il sifone del cesso.
Le solite cose, insomma. Quella banalità delirante cui siamo assuefatti e che ci regala il paradosso di diventare ogni giorno più banale pur delirando sempre di più.
Qui, invece, Salvatore ha ripetuto ancora una volta, con coraggio, il primo gesto dell’architetto che, non essendo affetto da delirium tremens né da morbo di Parkinson, prende una matita in mano e la poggia su un foglio: ha tirato una linea dritta. Una cosa normale e antichissima, perciò del tutto anomala nell’epoca dell’iperattuale.
In ambedue le opere con cui si presenta, nel caffè come nel parco acquatico, Salvatore tira questa linea e immagina un muro. Comincia a lavorare con la precisione poetica che fu di Aldo Rossi (del giovane Aldo Rossi, quello cioè, ancora a venire, non l’Aldo Rossi celebre, anziano e stanco che invece se n’è andato per sempre) cercando di trovare nella linea che si fa muro, lo spazio per concentrarsi e riflettere, prima ancora di dare inizio a quella danza muta in cui viene alla luce il progetto di architettura.
Ora, il muro, se ha un senso, traccia sempre un confine tra due mondi. Per farlo non deve solo esserci fisicamente, esso deve accadere e rivelarsi. Vorrei rilevare, anche se a qualcuno apparirà retorico, questa impalpabile “aura” del muro che accomuna certe architetture.
Non si tratta di riferimenti stilistici, ma proprio di quella particolare accentuazione del paramento murario, il modo in cui il muro è pronunciato, questa dizione che lo muta da semplice “fatto” in “evento”. Ogni architetto, si dirà, ha a che fare con il muro e progetta muri … allora perché farla tanto lunga?
E’ vero.
Ma ci sono quelli (e sono la grande maggioranza) che ne sono imbarazzati: quasi se ne vergognano e non vedono l’ora di renderlo, per così dire, “meno muro”.
Per loro il muro è un crudo “dato” con cui fare i conti, da bucare, da sormontare, da scavalcare, da incidere.
Da decorare.
Un fatto ingombrante, insomma.
Per pochi altri il muro è invece un evento: qualcosa che genera, con la sua semplicissima e infinita presenza, architettura. Qualcosa che, lungi dal dovere essere giustificato, illeggiadrito o abbellito da qualcos’altro, con la sua forza impone agli spazi il loro movimento.
Perciò il muro non solo non chiede di venire “illeggiadrito”, ma non ha neppure bisogno di arrotolarsi su se stesso, di avviticchiarsi, di flettersi, corrugarsi o spezzarsi, perché il duro, irriducibile, rigore della sua esistenza principia l’architettura. Con il muro l’architettura va verso il suo inizio. Questo andare verso l’inizio è stato, per esempio, un movimento tipico nell’opera di un architetto come Pasquale Culotta, e, di sicuro, è quanto, ancora, ne rimane illeso.
Che cos’è, infine, il municipio di Cefalù, sulla piazza della cattedrale (la cui facciata, insieme a casa Salem, costituisce, a mio parere, l’opera più densa e rappresentativa dello studio di Culotta e Leone)?
Perché ha meritato fino in fondo tutti i suoi nemici?
Perché lì accade la cosa più elementare e sconvolgente e nessuno può evitare di prenderne atto. Perfino il turista che, generalmente, fotografa tutto e non vede niente, perfino l’intellettuale medio, solitamente incapace di percepire altro che se stesso, questa cosa inusitata la vede.
Si accorge che qualche cosa non va per il suo verso tranquillizzante, che qualcosa lo rimette in gioco. Qualcosa, insomma, ancora, accade: adesso e con quasi nulla; il che, oggi, è insopportabile.
Perciò s’imbestia o ride, il turista intellettuale, perché sente che dietro quel muro una vocina lo sta chiamando e lui non riesce ad appisolarsi.
Nessuna delle aperture praticate nel muro ne scalfisce l’epifania: esso testardamente accade e continuerà ad accadere fino a che i bacchettoni non lo demoliranno.
Intanto quei medesimi bacchettoni non possono tollerarlo, la loro ipocrisia glielo vieta.
Perché qui, in questo principiare, verità e bellezza sono ancora una cosa sola, qui la bellezza si fa moralità e la necessità libertà.
Il muro è muto e, infatti, le due parole possiedono una sola radice (mu) che indica la legatura (rinvio anche, chi fosse interessato, a incamminarsi negli affascinanti labirinti del carattere giapponese “mu” che, per divertente coincidenza, indica qualcosa che potrebbe esser reso con “niente”, “vuoto”, “senza”…ecc.). Muto è chi ha la lingua legata e muro è ciò che lega insieme e compatta. Il muro agisce nel silenzio, nell’ombra e grazie all’ombra, perché solo l’ombra gli dona la sua grazia.
Qualunque apertura è un’interruzione di questo silenzio che, nello stesso tempo, lo rende percepibile.
Come John Cage ci ha delicatamente mostrato, il silenzio, infatti, non esiste che in relazione al suono e quel brano che egli intitolò proprio Silence finisce, poi, per essere una ciotola vuota riempita dallo sgocciolio dei suoni del luogo in cui lo si esegue.
Il muro preclude ogni possibilità di fuga proprio perché è muto: “al muro!” si dice ai condannati a morte, ed è finita. Perciò, di fronte al muro, non rimane che girarsi e guardare dalla parte opposta, quello che il muro, nel suo silenzio, riflette. Cosa c’è davanti al muro? Il muro rimanda sempre la domanda oltre se stesso: di qua dal muro, di là dal muro. Nel caso del municipio, per esempio, si guardi la piazza e si troverà la soluzione, così semplice che per vederla ci vogliono gli occhi. Quegli occhi che il muro, immobile, ci invita ad aprire:
“Quanto più immobile è il corpo, tanto più forte e chiaro viene qui percepito il moto dello spirito, giacché il mondo corporeo diventa il suo trasparente involucro. Proprio nel fatto che la vita spirituale è resa soltanto dagli occhi di un viso dal tutto immobile, si esprime simbolicamente la forza straordinaria e il predominio dello spirito sul corpo. L’impressione che se ne ricava è come se tutta la vita corporea si fosse arrestata nell’attesa di una sublime rivelazione alla quale essa porge l’orecchio. Né si può ascoltare in altro modo: bisogna che prima risuoni l’appello “e taccia ogni carne”. E soltanto quando questo appello giunge al nostro udito, il volto umano si anima: gli occhi si aprono”. Evgenij Trubeckoj scrive queste parole nel suo celebre saggio “L’icona: contemplazione nel colore”, descrivendoci il modo in cui l’icona rimanda allo spazio architettonico nel quale è inserita. Per comprendere un’icona, egli dice, non basta osservarla “in sé”, giacché se ci limitiamo a questo, essa potrà apparire (soprattutto ai nostri occhi irrimediabilmente post-rinascimentali…) rigida, segaligna, inespressiva e infantilmente costruita.
Serve dunque comprendere ciò cui essa rimanda.
Ed essa rimanda al tempio e, attraverso il tempio, all’indicibile che lo trascende.
Così è, in modo lampante, per la facciata del municipio di Cefalù.
Bene: è proprio su questa sottile valenza che Salvatore, modestamente e con discrezione, lavora. Può farlo, forse, proprio perché, da non-allievo, non si sofferma sulle valenze formali più evidenti. Soprattutto lo fa, coraggiosamente, anche operando su un tema prosaico com’è quello dell’opera di cui trattiamo.
Ma proprio questo testimonia della sua profonda, e giustamente testarda, serietà.
Ancora una nota, per finire.
Ogni muro, muto, proietta la sua, muta, ombra: è forse una notazione banale, ma sono in pochi a trarne le necessarie conseguenze e, tra quei pochi, troviamo, ancora, uno dei maestri di Salvatore: Aldo Rossi, che se non vado errato introdusse, guarda caso, la prima edizione italiana del libro capitale di colui che si disse “l’inventore dell’architettura delle ombre”, Etienne-Louis Boullée. Il muro tuttavia, in Aldo Rossi, acquista sempre una strana valenza narrativa che vuole renderlo “parlante”, così come “parlante” fu definita l’architettura di quell’altro maestro di muri e di ombre che si chiamò Claude-Nicolas Ledoux. Nella facciata del municipio di Cefalù, invece, il muro resta in silenzio ed è questo silenzio che Salvatore prova a riconquistare nelle sue prime opere. Qui, con umiltà ma anche con fierezza restituisce centralità a questo silenzioso elemento che sembra oggi essersi ritirato dall’architettura, poiché l’architettura si va ormai ritirando da se stessa. E facendolo rende omaggio alla memoria di un altro architetto siciliano e, insieme, alla moralità che è bellezza e alla bellezza che è moralità. E, dunque, verità.
Bene, questo vi sembrerà poco e può darsi che lo sia. Per me, però, è quanto basta e Salvatore sembra averlo capito bene: nel suo quieto caffè letterario, che non è generato da null’altro che un muro e qui, in questa sobria agorà del divertimento estivo, dove, nonostante le concrezioni vacanziere, ciò che veramente conta è un muro.
Egli cerca, e trova, una prosa semplice e tranquilla; prova a immaginare una difficile e, mi rendo conto, perfino improbabile serenità cui i tempi e l’epoca non sembrano interessati.
Sbaglia? E’ possibile.
Come forse sbaglio io e quei pochi altri che ancora provano a pensare (o a sognare) questa tranquillità, ma sbagliare così non è poi tanto male e confesso che mi piacerebbe meno aver ragione assieme a chi ne ha tanta che se la vende a due lire: perlomeno, noi che abbiamo torto, teniamo i prezzi alti.

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    Opera premiata a "Quadranti di Architettura" 2008, premio "G.B. Vaccarini" all’opera prima. Descrizione del progettoIl progetto elaborato per la società I.G.A.C. s.p.a. riguarda la realizzazione di un parco acquatico con annesso centro benessere. La committenza da subito ha avuto un ruolo da protagonista in questo esercizio progettuale, sopratutto al momento della definizione del complesso programma funzionale. In questo momento di dialogo si è definita la necessità di realizzare una...

    Project details
    • Year 2007
    • Work started in 2004
    • Work finished in 2007
    • Client I.G.A.C. s.p.a - Hotel Costa Verde Cefalù
    • Status Completed works
    • Type Tourist Facilities
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