MMM Messner Mountain Museum Firmian

Bolzano / Italy / 2006

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Castel Firmiano, luogo di incontro tra gli uomini e le montagne L’intervento di restauro di Castel Firmiano, opera di Werner Tscholl, e la sua destinazione a Museo della montagna, secondo il progetto messo a punto da Reinhold Messner, sono il risultato più recente dell’impegno della Provincia di Bolzano nell’attività di recupero del patrimonio storico dei castelli dell’Alto Adige. Pur senza soffermarsi sulla questione, può essere utile qui richiamare, tra i molti possibili, i casi del museo di Castel Tirolo, nei pressi di Merano, e della scuola agraria nel Fürstenburg di Burgusio, vicino a Malles: due interventi esemplari, inequivocabilmente “moderni” nel disegno e nei materiali e, al tempo stesso, capaci di comprendere e interpretare, con il rispetto e la cura richiesti dalle circostanze, le caratteristiche delle antiche preesistenze; frutto dell’incontro tra architetti provvisti della necessaria sensibilità e una committenza aperta, priva di preclusioni nei confronti dell’architettura moderna –le stesse condizioni che hanno assicurato la riuscita dell’impresa che ci apprestiamo a descrivere. Castel Firmiano sorge su un’altura a sud-ovest di Bolzano, in una posizione strategica che rende ragione del suo passato di fortezza tra le più antiche e note dell’Alto Adige e che ne fa, oggi, un punto di riferimento per chi, in qualsiasi direzione, percorra la rete stradale di fondovalle. Il complesso occupa un’area di circa 13.000 metri quadrati ed è articolato su tre livelli principali, sul più alto dei quali insiste il nucleo originario del castello, con i resti di una cappella di età romanica e, poco più in basso, il “palazzo del Vescovo” –una costruzione a quattro piani inserita nel muro di cinta est. Rispettivamente a sud e a nord-ovest di questo rialzo roccioso si trovano due corti di forma irregolare: quella superiore è caratterizzata dalla presenza di due torrioni angolari rotondi; la corte inferiore presenta invece una costruzione addossate al muro di cinta ovest e quattro torri: due circolari –una già usata in passato come abitazione– e due quadrate –la snella ed elegante “torre bianca”, a nord, e il robusto torrione passante di ingresso al cortile, nel muro di cinta sud. Anche il cortile superiore è provvisto di un ingresso, essendo i due cortili privi di collegamenti dentro le mura. Collegata alle fortune del potere vescovile in quest’area, l’importanza della fortezza sia avvia sin dall’inizio del XIII secolo verso un declino sancito, nello scorcio del XV secolo, dall’interruzione di alcuni importanti lavori di ampliamento voluti dal Duca Sigismondo (suo lo stemma in marmo che sormonta il portone di ingresso): è il preludio al successivo lento degrado che si è protratto, praticamente, sino ai giorni nostri. L’intervento di restauro ha comportato la pulitura e il consolidamento della cinta muraria e delle antiche costruzioni esistenti, a fianco –e soprattutto all’interno– delle quali sono state realizzate le nuove strutture per accogliere i necessari servizi e configurare il percorso museale. Nel cortile inferiore, immediatamente al di là dell’ingresso, una piccola costruzione ex novo, addossata alle mura, ospita la biglietteria, il negozio, spazi per l’amministrazione e un’abitazione per la sorveglianza. Risalendo il cortile si incontrano, in successione, la torre residenziale e un edificio nel quale è stata confermata, al piano terreno, l’ubicazione di spazi di ristoro per i visitatori, realizzando invece, al piano superiore, una grande galleria –unico spazio climatizzato del complesso– per mostre temporanee. Poco più avanti, la “torre bianca” è stata resa completamente agibile inserendo al suo interno, a partire dal secondo livello, una struttura d’acciaio appesa a travi posizionate alla sommità della torre. Si tratta di una soluzione, come vedremo, che si ripete all’interno degli altri manufatti, pur se diversamente declinata in ragione del tipo e della forma degli spazi. Dopo la “torre bianca” (che “racconterà” la storia di Castel Firmiano), il percorso del Museo prende avvio con la torre nord, per poi proseguire lasciando il cortile e salendo –letteralmente– sino alla quota del palazzo est, all’esterno e all’interno del quale si trovano installazioni di artisti contemporanei dedicate al tema della montagna. Dopo aver visitato questa sezione del museo, è possibile scendere nel cortile sud oppure rimanere “in quota”, grazie al camminamento predisposto lungo il bastione est, ed entrare dall’alto nel primo dei due torrioni angolari della cinta muraria sud. Le strutture inserite nelle cavità cilindriche delle torri sono, di per se stesse, straordinariamente spettacolari. Accuratamente staccati dalle pareti perimetrali, i quattro livelli realizzati in ognuna delle torri sono collegati da scale disposte lungo il perimetro (nella prima) e in posizione centrale (nella seconda); da ogni piano è possibile avere un colpo d’occhio emozionante dell’estensione verticale dello spazio, si possono esplorare (non solo visivamente) i numerosi anfratti delle massicce pareti e, infine, uscire all’aperto sul camminamento circolare di guardia. Gli elementi d’acciaio della struttura, non verniciati ma soltanto lucidati a cera, assorbono la luce sino a “scomparire”, facendo ancor più risaltare le tessiture delle pareti di pietra, evidenziate dall’illuminazione radente. In qualche modo analogo è il risultato ottenuto all’esterno, ove le travi e i pannelli in lamiera stirata utilizzati sia per i camminamenti e le passerelle sia come elementi di rivestimento dei volumi di nuova costruzione, lasciati arrugginire naturalmente, ben si accordano con le tonalità di colore della pietra. Al termine del percorso predisposto sui bastioni del cortile sud si giunge al pozzo e al tunnel appositamente scavati nella roccia per scendere, attraverso il bastione di ingresso, nel cortile inferiore, nei pressi dell’entrata. Il progetto di Werner Tscholl si fonda sulla volontà di rendere percepibile con chiarezza la coesistenza, in quest’opera, di tre distinti livelli: il manufatto antico, l’intervento contemporaneo, il museo; tre esperienze differenti, anche per le emozioni che trasmettono. La vicenda millenaria del luogo è percepibile attraverso le sue numerose stratificazioni; è testimoniata dalle rovine della cappella che sorge al sommo di una specie di “montagna sacra” (alla quale non si può accedere perché è sito archeologico); è rievocata dai camminamenti lungo il bastione sud, scanditi dalla sequenza di nicchie e feritoie per i cannoni e gli archibugi, o dagli spessori impressionanti delle mura (più di cinque metri nei due torrioni agli angoli del cortile), a rammentarci le necessità che sono all’origine di questo manufatto. In questi spazi, il Museo della montagna –un museo molto particolare, come spiega in questo stesso libro Reinhold Messner– si propone soprattutto di far comprendere ai visitatori, attraverso un racconto coinvolgente e avvalendosi di opere d’arte, il significato di una “esperienza”. L’intervento contemporaneo è, con evidenza, ben distinto da questi due livelli, ma al tempo stesso funge, per così dire, da “ponte” tra gli stessi: in senso letterale, laddove sono state integrate le parti mancanti dei camminamenti, costruite nuove scale e passerelle, è stata scavata la roccia per collegare i due cortili, in modo da consentire ai visitatori di compiere il periplo del castello; ma anche in senso simbolico, suggerendo considerazioni che talora si intrecciano con le riflessioni proposte dal percorso museale. Ci riferiamo non solo alla scelta dei nuovi materiali e al loro sobrio ed essenziale trattamento, del tutto consono alla severità del luogo e del tema del museo, ma anche, per esempio, alla sorprendente analogia tra la riflessione proposta alla fine del percorso museale sulla “fragilità” delle montagne, organismi comunque soggetti all’azione disgregatrice del tempo (sia pure calcolato su una scala geologica), e la realizzazione, lungo la sommità delle murature antiche, di uno strato lapideo di protezione –o meglio, di “sacrificio”– destinato anch’esso a “consumarsi” restituendo il manufatto alla sua condizione di “rovina” precedente il restauro. «Le montagne sono maestri muti e fanno scolari silenziosi»: la frase di Goethe, che Messner ama ricordare, ci sembra possa esprimere bene lo spirito di quest’opera, veritiero luogo di “incontro” tra gli uomini e la montagna. (Marco Mulazzani)
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