Museo e Showroom Fratelli Cozzi

Legnano / Italy / 2015

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Quella tra il nostro studio e la Fratelli Cozzi è una storia di passioni che nasce circa 8 anni fa, quando Pietro ed Elisabetta vengono a trovarci e ci raccontano della loro collezione di auto storiche Alfa Romeo (più di 50) e della voglia di sistemare uno spazio per poterle mostrare al pubblico.


Io di auto ci capisco poco, ma Oscar è molto appassionato di motori e durante l’incontro incalzava Pietro con domande a raffica sulla 33 Stradale, sulla Giulia Quadrifoglio, su una certa Zagato, e ogni tanto mi dava calci sotto il tavolo e vedevo che gli brillavano gli occhi di meraviglia e felicità.


In quella occasione Pietro ci ha regalato una matita marchiata Alfa Romeo, e ci ha chiesto di fare degli schizzi perchè poi si sarebbe occupato lui della realizzazione.


Io ero molto perplesso e forse un po’ rischiando di perdere una grande occasione, ho risposto che non ci interessava fare schizzi ma curare il progetto in tutte le sue fasi fino all’ultima vite, curando e controllando personalmente ogni aspetto e ogni dettaglio.


Credo sia stato questo il momento in cui è scattato il rispetto e l’interesse reciproco che probabilmente si è fondato sul valore di un’idea condivisa di precisione e di cura, rivelatasi in certi momenti maniacale, che mettiamo nei progetti e nel nostro lavoro in genere.


 


Nonostante l’entusiasmo che aveva suscitato il primo progetto che abbiamo presentato qualche mese dopo, il museo non è partito subito, perchè tutte le energie loro e nostre sono state dirottate su un altro progetto molto importante che è quello dell’ampliamento dell’esposizione di automobili al piano superiore e del suo completo restyling architettonico, coinciso con l’inserimento dei marchi BMW e MINI.


Solo dopo 6 anni dalla realizzazione dell’esposizione, abbiamo ricominciato a parlare del progetto del Museo Fratelli Cozzi, appena inaugurato.


 


Sono due progetti molto diversi, uno completamente bianco e l’altro tutto nero; uno aperto verso l’esterno e il pubblico e molto luminoso, l’altro invece nascosto, sotterraneo e buio; uno molto disegnato nei dettagli e l’altro quasi per niente; che sono però riconducibili ad un’unico ragionamento architettonico molto importante nei nostri progetti: quello di individuare un’idea molto chiara, riconoscibile e semplice; un solo gesto che nella sua essenzialità sia in grado di generare, guidare e caratterizzare il progetto, il suo valore e la sua qualità.


La scelta di lavorare con pochi ingredienti, di spingere molto su questi togliendo il superfluo e tutto quello che è ininfluente.


Occorre essere molto precisi (quello della precisione è un tema che mi interessa molto), dall’idea generale fino all’ultimo dettaglio, per trovare il giusto equilibrio tra forza e delicatezza, tra funzionamento e emozione, tra poesia e prosa, dove la bellezza è sintesi estrema.


 


Per entrambi i progetti il tema è quello del “mettere in scena“, di costruire un contenitore architettonico e spaziale in grado di accogliere ed esaltare il valore e le caratteristiche di un contenuto di qualità.


Al contrario di chi sostiene che per esaltare un quadro o una scultura in un museo, una collezione di abbigliamento in un negozio, sia meglio presentarli in uno spazio neutro e poco caratterizzato, noi pensiamo che il contenitore debba avere la forza, il carattere ed il valore di una buona architettura, l’autonomia di uno spazio di qualità, emozionale ed affascinante, e che proprio per questo possa essere in grado di accogliere e valorizzare un contenuto molto importante.


 


Un altro tema importante per questi due progetti, che in realtà è uno dei temi di ricerca che caratterizza tutto il lavoro del nostro studio, è quello della scala, della capacità di capire e saper interpretare il progetto alla sua corretta scala dimensionale e relazionale.


Lavorando contemporaneamente su progetti di dimensioni molto diverse, dal design di una sedia fatta di morbidezza e cuciture, al progetto di un edificio industriale per un luogo con una fortissima valenza paesaggistica, dal progetto di un interno domestico in una casa d’epoca con cornici e stucchi, a quello dell’headquarter di una società di ricerca nella Silicon Valley, pensiamo che la qualità di un progetto è sempre legata all’appropriatezza della scala ed alla capacità del progettista di saperla plasmare e controllare, per non costruire un grattacielo come una grande matita o una sedia come un’astronave.


 


Nel progetto dell’esposizione di automobili al piano superiore, la scala è chiaramente quella urbana ed il tema quello dell’inserimento di un manufatto architettonico su una via di grande traffico come viale Toselli a Legnano; occorreva dare maggior visibilità e comunicare all’esterno qualità, capacità tecnica ed eleganza, per rimarcare il valore del marchio, ma nello stesso tempo era essenziale lavorare sia sul fronte che sul fianco dell’edificio per riuscire a qualificare le aree interne ed il retro e far funzionare lo spazio in fregio alla via principale.


Da questo ragionamento è nata l’idea di lavorare sul tema antico del coronamento, di strutturare una sezione complessa a geometria variabile, con un cornicione continuo che caratterizza tutti i fronti dell’edificio, e di inserire un portico laterale per enfatizzare la dimensione in profondità ed il percorso verso il retro.


Tutto e solo bianco con dettagli costruttivi molto ricercati ma nascosti, per staccare l’edificio dal contesto di scarsa qualità e farlo emergere come presenza interessante e di valore.


 


Nel progetto del Museo ci troviamo invece in uno spazio ipogeo, nascosto alla vista ed al pubblico, un ex-deposito scarsamente illuminato.


In questo caso la scala è quella di uno spazio interno delimitato ed il tema è diventato quello dello scrigno nero, di una scatola magica per contenere, per proteggere ed esaltare una collezione molto importante ed esclusiva di automobili eccezionali.


Per prima cosa abbiamo quindi annullato la poca luce naturale, tolto tutto il superfluo per lasciare lo spazio più chiaro possibile ed enfatizzare il suo impianto ritmato dalla serie delle colonne.


 


Uno degli aspetti che può apparire poco importante, ma che si è rivelato essenziale per questo progetto è il concetto di ’’collezione’’.


Al contrario di quello che avviene solitamente nei musei, dove gli oggetti da esporre sono spesso eterogenei, molto diversi per dimensione e aspetto, nel nostro caso tutte le “opere“ da esporre hanno la stessa dimensione e sono essenzialmente la stessa cosa, un automobile.


Anche se ogni automobile esposta ha una storia sua ed un valore come oggetto singolo, il vero valore della raccolta di Pietro Cozzi è quello della collezione come unicum, come insieme unitario testimonianza di una storia aziendale biunivoca e parallela, quella del costruttore Alfa Romeo da un lato e quella del concessionario Fratelli Cozzi dall’altro, che ha quindi valore di specialità in quanto insieme di tanti pezzi della stessa tipologia.


Abbiamo scelto quindi di non avere pezzi speciali e abbiamo esposto la collezione come ’’racconto in sequenza’’ nello spazio a pianta basilicale, dove nelle navate laterali sono “parcheggiate“ in ordine cronologico le berline da una parte e le coupè dall’altra, pronte a partire come se avessero il motore sempre acceso, mentre nella navata centrale abbiamo fatto scorrere le spider, in una sorta di strada continua che inizia dal grande logo luminoso all’ingresso e finisce con lo spazio per le proiezioni sul fondo.


Come in una vera basilica, anche noi abbiamo le cappelle laterali dove abbiamo inserito il Cozzi.Lab, una sorta di laboratorio a disposizione per studiosi e ricercatori per consultare i documenti, parte anch’essa importante del Museo.


Tutto nero, per creare magia e profondità, per illuminare solo i pezzi della collezione e farli dialogare come su una scena di una piece teatrale, come figure sensuali galleggianti.


 


 


E il rosso?


Il rosso è indubbiamente Alfa Romeo, ma anche automobile, velocità, potenza, corse, passione e molto altro.


Nel nostro progetto il rosso è l’elemento che tiene insieme le due parti della Fratelli Cozzi, quella bianca con quella nera, quella sopra con quella sotto, quella nuova con quella storica, quella commerciale con quella passionale.


Abbiamo deciso di trattare la scala di discesa al Museo come spazio di compressione, per creare aspettativa, per prepararsi all’impatto e per cambiare registro; uno spazio monocromatico in cui tutto è rosso, anche la luce che crea uno strano effetto di straniamento, quasi psichedelico, uno spazio da percorrere velocemente perchè non si vede l’ora di arrivare in fondo ed entrare al Museo, o, al contrario, molto lentamente per far crescere la carica emotiva.


Volevamo che il limite non fosse una porta, ma uno spazio con il suo tempo di percorrenza.


 


La storia è piena di personaggi illuminati che, parallelamente alla propria attività di imprenditori, collezionano opere d’arte o oggetti di altra natura per il proprio piacere, che diventano poi musei per il piacere di un pubblico allargato.


Lo fanno con un’immensa passione e anche con grande pazienza e lungimiranza.


Nel progetto del museo dovevamo “esporre“ anche questa passione, farla trasparire e farne sentire il profumo.


 


Gabriele Buratti_BURATTI ARCHITETTI

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    Project details
    • Year 2015
    • Work started in 2009
    • Work finished in 2015
    • Status Completed works
    • Type Museums / Showrooms/Shops
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