Dal Forum/agorà Al Faro/acquarium

"Regium Waterfront" Completamento del Waterfront di Reggio Calabria Reggio Calabria / Italy / 2007

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Le due aree di progetto sono connesse e completano un pezzo di città a forte identità culturale e storica: il più bel chilometro d’Italia (come lo definì Gabriele d’Annunzio) o passeggiata dei Re, storica “real palizzata”.

Con il lungomare Falcomatà, Reggio riscopre il mare. La città si apre al mare. Un mare che separa e unisce. Un panorama mozzafiato verso l’Etna e i monti Nebrodi. Il nuovo waterfront di Reggio Calabria è il luogo di una ritrovata identità storico culturale della città. Adesso, la “facciata marittima” della città è tutta protesa verso il mare e si è convertita in uno degli spazi più accattivanti di Reggio Calabria, compreso tra le Fiumare Calopinace e Annunziata.

Dopo il terremoto la città fu ricostruita secondo canoni “moderni” in una scacchiera “ippodamea”. Appiattita nell’estendersi fino a lambire – negli ultimi decenni – le pendici dell’Aspromonte. Schiacciata quasi dalla forza del paesaggio. Il paesaggio, dapprima dominante, è stato soprafatto dalle troppe costruzioni degli ultimi decenni.

Il lungomare Falcomatà è il segno urbanistico che ha riscattato la città. Ed è su questo “segno” che la città individua nuovi capisaldi. Punti di riferimento precisi che diventano baluardi. Uno al porto – oltre la Fiumara Annunziata – e l’altro prima della Fiumara Calopinace. Così Reggio guadagnerà nuove spiagge urbane, nuovi spazi dedicati allo svago, al tempo libero, alla cultura. Guadagnerà nuove estensioni di verde pubblico attrezzato. Tutto ciò accadrà in zone prima degradate, ridisegnate con l’obiettivo di creare un nuovo “pezzo” di città diverso dagli altri.

Due capisaldi dal valore emblematico. Al porto la simbologia che si ritiene più idonea è il faro. A sud la natura di una costa a diretto impatto con il mare.

Un promontorio gradonato che può significare il “ritorno” della costa. Un rilievo orografico che identifica al suo interno un forum/agorà. La simbologia che caratterizza una città deve far riferimento al luogo, al suo paesaggio. I luoghi sono di confine fra il mare e la città.

L’architettura presa come oggetto a se stante, per quanto rappresentativa e artisticamente esaltante possa essere, rischia di omologare (o addirittura banalizzare) luogo e paesaggio. Distruggendo sia il luogo che il paesaggio.

In questi anni di globalizzazione, l’architettura per “emergere” (per differenziarsi) deve adeguarsi alle mode e agli stili maggiormente di presunta avanguardia. Il “luogo” dove essa si colloca è indifferente perché si presume che debba essere riscattato dalla “bella” architettura. Ma la bella architettura di Barcellona o di Bilbao o di qualsiasi altro posto, scimmiottata o “firmata” in esclusiva, oscura il carattere del luogo.

La “bella” architettura, come la moda, diventa obsoleta. La città quando si trasforma con un’idea prospettica del proprio futuro inventa l’urbanistica, costruisce il paesaggio.

La città che non ha idea del proprio futuro si rifugia nell’estetica dei contenitori.

Da sempre la relazione con l’ambiente naturale, per Reggio Calabria è stata particolarmente significativa. Per tanti motivi: l’asprezza della costa; i monti che giungono al mare lasciano solo, quando la lasciano, una sottile cimosa costiera; la terra per coltivare o per costruire doveva (e deve) essere guadagnata al versante più o meno ripido, attraverso una faticosa costruzione tesa a livellare il suolo, basata in ogni caso sulla conoscenza delle caratteristiche del territorio. Nell’entroterra verso est, domina l’attività agricola. Molto estesa è la cultura del vigneto e dell’ulivo sui rilievi più ampi e dolci, mentre tipiche ed esclusive a questo territorio, sono le colture del bergamotto e del gelsomino. È difficile trovare un’altra Regione in cui il paesaggio è inteso come luogo in cui la storia si incontra con il lavoro e la natura con l’arte.

Al Porto nessuna altra costruzione archetipo – come il “faro”, che racchiude in se (con l’acquario) il mare da cui sorge – assume un significato così nuovo e a un tempo antico. Il faro attira, illumina e rassicura. Si vede dalla città e dal mare. Capta l’immaginario collettivo. Diventa un punto di riferimento nuovo che sembra esserci sempre stato. Appartiene al passato e indica un futuro urbano nel vero senso del termine. Contribuisce ad approfondire il senso di “città”. La sua architettura deve essere senza data. Moderna perché funzionale. Addirittura futurista perché dotata di alta tecnologia e di autentica impiantistica rivolta al risparmio energetico.

Un faro e i suoi edifici attigui che sfruttano l’energia del sole diventando autosufficienti. Ma il “faro” è antico. Come il mito. Quasi arcaico come simbologia. In un paesaggio mitico può contribuire a rafforzare l’immagine turistica di Reggio. Perché è un’attrattiva; è un approdo. Ed è rappresentativo di un ritorno. Il ritorno di Reggio alla bellezza.

In prossimità dell’altra Fiumara, il Calopinace, vi è l’altro caposaldo – il forum, o agorà – che ancora una volta non può essere trattato come uno spazio o una “bella” architettura. Risulterebbe banale. Spiazzerebbe. Confusa è ancora in noi la questione di “luogo” scambiato troppo spesso come spazio. Spazio, insistono i “geografi” antropologi, deriva dalla parola greca “stadio” che significa misura. Luogo invece è una superficie terreste che non ha equivalenti in nessuna altra parte. Le nuove costruzioni vogliono caratterizzare lo spazio ma nel farlo non riescono a mantenere il luogo. Il suo carattere. La sua identità.

Ecco allora l’ipotesi progettuale: una costruzione rappresentativa della costa reggina che si identifica con la costa stessa. Un progetto che si è voluto, forse ambiziosamente, definire strategico per la città e il suo panorama dal mare.

A nord il faro. A sud un promontorio gradonato, terrazzato. All’interno del faro, immerso nell’acqua, l’acquario. Dentro il promontorio l’agorà. La piazza che diventa anfiteatro, luogo di incontro. Luogo urbano per eccellenza. Dove ci si diverte e ci si istruisce. In entrambi i luoghi, ciò che conta è l’effetto città che producono senza stravolgere, senza alterare il paesaggio. Il faro, lo si è già detto, potrebbe esserci sempre stato. Il promontorio lo si può trovare a pochi chilometri verso lo Ionio e prima della ferrovia questo lembo di terra non c’era.

Lo spazio è un entità astratta variamente (soggettivamente) interpretabile. L’aggancio alla storia all’evoluzione di una città e il conseguente censimento delle mutazioni avvenute, descrivono una effettiva quanto oggettiva valutazione della consistenza strutturale della città. L’analisi si rivela però insufficiente quando affronta la problematica del presente e soprattutto del futuro urbano. Il compromesso fra il mantenimento della compagine fisico-ambientale del passato e l’adeguamento alle istanze “moderne” induce a sottovalutare o a scartare il significato, il carattere – l’identità, in una parola – del luogo. Tende ad appannare la sua unicità. La sola “bella” architettura lo banalizza. Occorre un superamento dello spazio cartografico per arricchire di contenuti non effimeri la città.

Sia il faro/acquario che il promontorio gradonato nel loro farsi architettura fanno riflettere sul loro contributo urbano e urbanistico. Sul rapporto fra il luogo e la comunità. Reggio come altre città ha una matrice greco romana. È importante capire la “polarità” di una costruzione e rapportarla al concetto di città. La “polarità” di un luogo, secondo gli storici, è fatta di un “dentro” e di un “fuori”. Questo dentro è rassicurante, “turrito”, stabile. Il “fuori” è aperto, mobile, inquietante. Viene subito in mente la città chiusa da mura, circondata dall’ambiente naturale che spesso coincideva con l’infinito, con lo sconosciuto. Secondo il mito dell’antica Grecia, nel cuore delle dimore private e degli edifici pubblici, sono accolti, ospitati, nutriti, gli stranieri venuti da fuori, i forestieri venuti da lontano. Perché ci sia veramente un “dentro”, bisogna aprirsi verso un “fuori” per accoglierlo in se.

Se ogni gruppo umano, ogni società, ogni cultura si pensasse e si vivesse come la civiltà di cui si deve mantenere l’identità e assicurarne la permanenza contro le irruzioni dall’esterno e le pressioni interne, nondimeno ciascuna sarebbe confrontata al problema dell’alterità nella varietà delle sue forme. Per mantenere l’identità occorre aprirsi all’altro fino ad ottenere quelle alterazioni che continuamente si producono nel corpo sociale attraverso il flusso delle generazioni che fanno posto ai necessari contatti, agli scambi, con “lo straniero” del quale nessuna città può fare a meno.

La propria identità non può né concepirsi né definirsi se non in rapporto all’altro. Alla molteplicità degli altri. Se l’identico resta chiuso in se stesso non c’è pensiero possibile. E quindi neppure civiltà possibile. L’interscambio libera forze rigeneratrici e ci rende più responsabili. Il rimanere fedele alla propria identità originaria di città sull’acqua, rigenerandosi/arricchendosi (culturalmente e materialmente) in rapporto stretto con l’altro, con l’ambiente esterno, favorisce lo sviluppo del turismo. È la città che deve diventare ospitale e aprirsi al forestiero. E lo potrà fare solo quando i suoi abitanti avranno l’orgoglio di appartenere a quella città. Con il faro e con il promontorio, Reggio, è nostra convinzione, può ritrovare il “dentro” e trasformare, contaminare il “fuori” periferico.
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    Project details
    • Year 2007
    • Client Comune di Reggio Calabria
    • Status Competition works
    • Type Parks, Public Gardens / Public Squares / Waterfront / multi-purpose civic centres / Multi-purpose Cultural Centres
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