LEVIA GRAVIA (tra terra e cielo)

Turin / Italy / 2010

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Il progetto per una nuova ala destinata ai servizi per l’accoglienza presso il compendio di Villa della Regina, si inserisce in un luogo dove le testimonianze architettoniche e paesaggistiche del periodo di edificazione e dei quattro secoli successivi, raccontano e testimoniano non solo delle vicende storiche relative alla Villa stessa, ma dell’impianto urbanistico e ideologico dell’intera città di Torino, la città romana che diviene nel XVII secolo, nuova capitale europea. Come afferma Francoise Choay, “lo spazio è il modo obbligato di ogni umano comportamento: quello secondo il quale l’uomo è costretto a progettare tutti i sistemi di segni che costruisce e che a loro volta lo costruiscono: pittura, scultura, città.” Lo spazio scenico nel quale si deve operare, “lo spazio della rappresentazione” per eccellenza, si caratterizza per la presenza ripetuta e ritmata, quasi ossessiva, ma pur sempre ricca ed esatta, degli elementi geometrici ed estetici che scandiscono il contesto delle ville italiane dell’epoca. In esso si riconoscono tutti gli elementi dello spazio classico e si coglie il valore dato dagli architetti al paesaggio, alla contemplazione dell’ordine e della simmetria tipici del periodo barocco. La Villa della Regina è un punto focale del disegno urbano dell’intera città, pur avendo un ruolo discreto e quasi nascosto rispetto ad altri segni presenti nel territorio, il Castello di Rivoli, le Palazzine di caccia di Venaria e di Stupinigi. La villa si caratterizza oltre per la presenza del manufatto stesso, per diversi elementi che la relazionano con lo spazio urbano circostante: il viale principale di accesso che si allinea con l’asse, emblema dell’impianto urbanistico e ambientale della città, che unisce il fiume al cuore della città del potere sabaudo, Piazza Vittorio Emanuele – Via Po – Piazza Castello -Palazzo Reale. Nel compendio la simmetrica disposizione di giardini e piazzali, la presenza di fontane, statue, decori, la marcata monumentalità anche dei manufatti accessori, dei corpi di fabbrica, degli scaloni, dei percorsi scanditi dalle balaustre ornate, costituiscono un insieme denso di segni, una rigogliosa selva semantica. Tra tutte le dimensioni che contraddistinguono lo spazio scenico del compendio Villa della Regina, si assume l’astrazione quale dimensione che contraddistingue i caratteri identitari di tutto il complesso, come sintesi delle diverse qualità che emerge nella nozione di programma che connette le idee di insieme e di identità. Il progetto muove i suoi passi dalla lettura dei segni dei diversi sistemi che costituiscono il paesaggio aulico del compendio di Villa della Regina. In particolare si riconoscono, quali elementi cardine che confluiscono come direttrici all’interno dell’area di progetto, i segni del giardino all’italiana, l’esedra dei percorsi del parco posteriore all’edificio della villa e le linee lunghe dell’impianto del vigneto. L’idea di fondo del progetto nasce dalla volontà di inserire un nuovo volume che si contraddistingua come un grande pieno, capace di saturare e ricucire alcuni brandelli di spazio rimasti spogli in seguito alla completa demolizione del Palazzo Chiablese. L’astrazione dello spazio scenografico e concluso del parterre, sistemato con i quattro quadranti delle aiuole del giardino all’italiana, non ammette un nuovo insieme di segni complessi, pertanto il nuovo edificio si deve necessariamente inserire ad un livello semantico gerarchicamente inferiore, come un grande fondale pieno che costituisce una nuova quinta nell’insieme dei giardini. Astrazione geometrica, quindi, semplicità formale e introversione poetica (pur senza indugiare in sentimenti melanconici), questa è la cifra del nuovo edificio. Si tratta di far vivere l’edificio nello spazio già costruito, legandolo non soltanto al sito ma al mutamento della luce nelle diverse ore del giorno, fare piccante il rapporto–contrasto tra il paesaggio e l’edificio, tra lo spazio esterno e l’interno. Ne “Il Ramo d’oro” James G. Frazer ci introduce al concetto di magia simpatica, arte che si basa su atti che hanno forza per principi omeopatici, per imitazione o mimetismo: le cose possono influenzarsi, per una interazione a distanza, mediante una segreta simpatia attraverso uno spazio apparentemente vuoto. Nel nostro caso si tratta di stabilire questo contatto “impossibile” fra la nuova ala e il complesso monumentale della Villa della Regina, la dimensione aulica del compendio storico, il giardino, il contesto collinare con le vigne e le parti boscate. Il mimetismo, che in natura può essere criptico o fanerico, è in effetti la proprietà che può avere un organismo vivente di confondersi con qualche altra parte dell’ambiente che lo circonda, per occultarsi o per meglio apparire, a secondo delle sue caratteristiche e della sua strategia di sopravvivenza. Il mimetismo criptico consente in effetti all’organismo vivente di stare accanto, senza gareggiare con il contesto; convivere, sopravvivere, per un atto di umiltà, senza appariscenza, senza competere con ciò che, superiore, sta di fronte (il contesto ambientale, in tedesco “das Gegend”, è ciò che appunto si contrappone e ci obbliga a fare i conti). E quando, come nel nostro caso, il contesto predomina, non sono ammesse prove di forza. Il nuovo organismo architettonico, incommensurabilmente più debole del compendio storico della Villa della Regina che lo accoglie, senza misurarsi in pericolose confrontazioni, senza contaminare il campo visivo con nuovi effetti speciali, sceglie la semplificazione delle forme come strategia mimetica, alla ricerca quasi di un “cono d’ombra”. L’effetto d’occultamento ha in un certo senso a che vedere più con la fisiologia dell’occhio dell’osservatore, con la psicologia e le modalità della percezione dell’osservatore. All’organismo mimetico è sufficiente non spiccare, non mettersi in evidenza, esserci senza essere visto, insistere senza esaltazione esibizionistica. Si tratta inoltre di “confondersi senza confondere”, senza cioè affollare la scena. Nel nostro caso sono d’altronde evidentemente improponibili melanconiche ricomposizioni, riproduzioni o ricostruzioni in stile, ispirate alle forme architettoniche storiche preesistenti, anche se ampiamente documentabili. La somiglianza con l’ambiente esterno o meglio con determinati dettagli strutturali di esso, non è raggiunta adottando meri criteri replicativi, non si riproducono necessariamente le stesse forme, gli stessi colori, né tanto meno gli stessi materiali presenti nel contesto. Piuttosto sono forme, materiali e colori nuovi che si relazionano al contesto appunto per astrazione e sintesi, per sublimazione adattativa. La contemporaneità si rivela non solo nella linearità delle forme, nell’astrattezza delle relazioni con il contesto, ma anche nella qualità e vivibilità degli spazi, nella “distanza temporale” segnata dai materiali utilizzati (calcestruzzo armato, acciaio strutturale, pannelli in Cor-Ten, vetro ecc.) e nelle soluzioni tecniche adottate. La nuova ala destinata all’accoglienza è ricoperta da un koleòs (κολεός, in greco è: fodero, guaina, astuccio, scatola, involucro rigido) che analogamente a quanto avviene nei coleotteri, dove elitre cornee ricoprono e proteggono l’organismo racchiudendo le sue ali membranose, qui contiene tutti i volumi, sia quelli tecnici esistenti che quelli nuovi articolati lungo il percorso che fa da filtro per i visitatori della Villa. E analogamente a quanto avviene nel koleòs, nel dermascheletro dei coleotteri, lo strato superficiale è interrotto da minuscoli disegni reticolari, disseminato di affioramenti di formazioni sensoriali; come nella livrea dell’insetto che abbia evolutivamente scelto la strategia mimetica, e non vuole contendere al fiore il primato di bellezza, si adottano colori di serie, metallici, con mille sfumature cangianti, rugginosi e terragni. Da qui la scelta del Cor-Ten traforato, come materiale per ricoprire il nuovo organismo architettonico. La scelta conferma l’idea di fondo, che ispira tutto il progetto, e che vuole operare un intervento rispettoso della qualità formale del contesto aulico, delle sue complesse geometrie e dei suoi materiali, capaci di perdurare nei secoli. Ci si sottrae ad un raffronto e si ricorre ad un materiale, come il Cor-Ten, che non ha niente di monumentale, non è materiale “nobile” e non può dar vita ad un organismo architettonico che possa insidiare i veri protagonisti della scena. Il percorso, dentro il nuovo organismo architettonico, che si offre ai visitatori come prima tappa, poggia sulla terra, nascondendosi sotto una guaina protettiva come sotto una coltre, che nel colore evoca ancora la terra, magicamente sospesa in aria. L’involucro in Cort-Ten, lungo tutto il lato rivolto sul giardino all’italiana, rimane in effetti staccato dal suolo, levita e in questo si rivela anche come libera allegoria della stessa Terra Madre, con riferimenti, se pur azzardati, alla sapienza antica che riecheggia nei celebri versi di Lucrezio nel De rerum natura: “…aeris in spatio magnam pendere docentes tellurem neque posse in terra sistere terram” (“…insegnando che la gran terra stava sospesa nello spazio aereo e non potesse in terra posare la terra). Ma l’involucro che ricopre il nuovo edificio è allo stesso tempo una fronda artificiale naturalmente sospesa in aria, è una pergola di metallo e una cortina che rievoca siepi e filari della vigna, in cui le superfici in Cor-Ten microforato, con vuoti e pieni che potrebbero descrivere misteriose relazioni con le serie di Fibonacci, riproducono, per estrema astrazione, tralci e fogliame. Il percorso coperto interno-esterno, che si offre lungo il lato che da sul giardino, come entro un tunnel ricavato nel fitto di fronde rugginose, autunnali, consente anche di valorizzare le tracce archeologiche che ancora ci rivelano il sedime dell’antica citroniera. Il nuovo edificio ripropone in effetti una allegoria del passato rivisitando uno spazio scenografico tipico del periodo classico e barocco: il portico. Questo spazio coperto assume qui una particolare importanza in quanto è elemento di raccordo con la manica (anch’essa porticata) che rappresenta il terminale dei percorsi interni e il canale di collegamento per i visitatori che accedono alla edificio della Villa, partendo appunto dalla nuova ala accoglienza. Il prospetto ovest, che costituisce la testata della nuova ala e quello sud che corrisponde al lato rivolto verso i giardini, vengono trattati in maniera omogenea, con un linguaggio astratto che mette in risalto le poche ma essenziali esigenze relative all’ingresso nell’ala accoglienza e la distinzione tra nuovi spazi e risistemazione delle problematiche relative al preesistente volume tecnico. L’affaccio verso la città è mediato all’interno degli spazi destinati a bar e book-shop attraverso il filtro visivo delle facciate in acciaio Cor-Ten microforato. La copertura del nuovo edificio rappresenta la veduta più importante, in quanto tutto il compendio è organizzato su aree poste a quote molto diverse, da alcune delle quali la copertura della nuova ala si presenta ben visibile. E’ quindi evidente che la copertura debba inserirsi in maniera molto appropriata nel contesto, in quanto costituirà di fatto l’elemento costruito più vistoso dai diversi belvedere, dal giardino dell’esedra, nonché dagli affacci aulici delle stanze della Villa. La copertura sarà suddivisa in due parti; una parte non praticabile e una parte invece accessibile e calpestabile (pavimentazione flottante in serpentina) a formare un percorso lineare panoramico che si raccorda alla quota relativa di mt+4,44 con la copertura della manica di collegamento, così come richiesto dal bando. Il percorso permette di raggiungere il limite dell’edificio da dove si può cogliere una veduta di insieme del compendio, della Villa e soprattutto una vista sul fiume e sulla intera città. Si accede alla nuova ala da un varco che è originato da un taglio netto e profondo (largo 2 metri e lungo 18 metri, contenuto entro pareti alte 8 metri), una faglia che separa il nuovo volume dei servizi per l’accoglienza ai visitatori dal volume esistente del corpo degli impianti tecnologici attraverso una rampa con leggera pendenza si collega la quota del sentiero carrabile con quella interna della nuova manica (quota relativa pari a mt.-0,18). Superata la soglia d’ingresso ci si trova in un grande ambiente, un’ampia navata (lunga circa 23 mt. e larga 9 mt.) su un piano costante; in posizione centrale, si incontra il bancone della reception, il box attrezzato con la biglietteria e il guardaroba. Al di là di questi servizi d’accoglienza si sviluppa lo spazio della visita, lo spazio degli allestimenti per le esposizioni, lo spazio per gli incontri più legato all’attività del museo, che si presenta unitario e flessibile (200mq ca). In direzione opposta, di fronte al bancone della reception si aprono gli spazi, destinati al book shop e al bar, che occupano quindi la testata della nuova ala, il lato che si affaccia verso la città, spazi legati ad attività che possono eventualmente rimanere aperte anche oltre l’orario di visita della villa. Gli spazi destinati al corpo di guardia, la sala di controllo e regia e la sala per le riunioni,i servizi pubblici e privati per il personale, occupano un’area che rappresenta il prolungamento del volume tecnico esistente. I servizi attualmente esistenti vengono demoliti e ubicati all’interno di una rinnovata logica di disposizione degli spazi. Il progetto prevede la predisposizione di uno spazio di sosta e di acquisizione dati informativi attraverso appositi dispositivi multimediali, in ottemperanza a quanto indicato nella documentazione relativa all’organizzazione dei turni di visita. Viene proposto il prolungamento dell’ala di collegamento all’interno del nuovo edificio, risolvendo in maniera funzionale la problematica del percorso di visita verso la Villa. Lo spazio è articolato attraverso un accesso laterale in prossimità del vano ascensore e degli accessi alla zona uffici ed ai servizi, ed è separato dallo spazio espositivo dal vano scala che connette lo spazio filtro in prossimità del pozzo con il livello superiore della terrazza, nell’angolo dove la facciata della nuova ala si stacca dal porticato in muratura della manica di collegamento, varco attraverso il quale è prevista la via di fuga per i percorsi antincendio e l’accesso ai parterre del giardino. L’edificio adotta e fa propri alcuni criteri di massima relativi al risparmio energetico definiti da meccanismi di controllo climatico passivo. L’impianto di riscaldamento per i mesi invernali della nuova ala viene progettato sfruttando e adattando le funzioni dei vani tecnici esistenti. Il basamento di circa 120 cm. e la disposizione dei locali in un’area compresa a ridosso di un muro perimetrale contro terra permettono di isolare l’edificio da eventuali problemi di umidità di risalita e di raggiungere elevate prestazioni di inerzia termica (scambio termico). Il comfort termico viene raggiunto grazie a criteri passivi di ventilazione naturale e di ventilazione notturna, controllo solare (attraverso la facciata filtro esposta a sud), ombreggiamento nei mesi di maggiore insolazione. Tutti i meccanismi di raffrescamento sono intensificati dalla predisposizione di uno spazio filtro di circa 3 mt esteso lungo tutto il prospetto rivolto verso il lato giardini.
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    Il progetto per una nuova ala destinata ai servizi per l’accoglienza presso il compendio di Villa della Regina, si inserisce in un luogo dove le testimonianze architettoniche e paesaggistiche del periodo di edificazione e dei quattro secoli successivi, raccontano e testimoniano non solo delle vicende storiche relative alla Villa stessa, ma dell’impianto urbanistico e ideologico dell’intera città di Torino, la città romana che diviene nel XVII secolo, nuova capitale europea. Come afferma...

    Project details
    • Year 2010
    • Status Current works
    • Type Multi-purpose Cultural Centres
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