Ex Caserma Girolamo Savorgnan

Ipotesi di restauro della Caserma Militare in via Aquileia Udine / Italy / 2018

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Può sembrare strano che la storia dell'attuale Caserma Gerolamo Savorgnan inizi con un capitolo dedicato ad una chiesetta, poi trasformata in sala da pranzo per il comandante e gli ufficiali, ma non è infrequente il caso di antiche cappelle gentilizie che, fatte costruire ed ornare da una famiglia, attraverso le successive trasformazioni del palazzo in cui erano incorporate, hanno finito col perdere la loro originaria destinazione di luogo di culto. La piccola chiesa, che si affaccia a quello che era un tempo uno dei palazzi nobili di Via Aquileia, è stata all'interno completamente modificata, sicché l'antica funzione traspare soltanto da un attento esame esterno, specialmente del lato che dà su Vicolo d’Arcano. Ha origini lontane e la sua costruzione corrisponde al desiderio della nobile Elisabetta Sbroiavacca che, rimasta vedova e mossa da grande devozione verso il glorioso martire S. Ermacora primo Vescovo di Aquileia, volle edificare in suo onore una chiesa nei pressi delle case di sua proprietà. La aiutarono a porre in atto questa pia decisione i figli e nel 1583 la chiesa venne solennemente consacrata a S. Ermacora da mons. Vescovo Bisanzio. Gli Sbroiavacca erano nobili di antica data, nominati baroni del S.R.I. ed abitavano nel Borgo già verso la fine del secolo precedente. Lo attestano un atto notarile del 1462 (in cui, a proposito della divisione delle case del «fu Augustini de Burgo Aquileiae», vengono nominate le figlie Maddalena, sposa al nobile Ludovico di Colloredo, e Verra, moglie del nobile Tizzardo di Sbroiavacca) ed un documento del 1492 nel quale si parla di una casa livellata ai giovani Ermacora e Gerolamo figli di ser Rizzardo. Un terzo fratello, Gio.Francesco, è ricordato soprattutto per le disgrazie familiari, che lo costrinsero a diseredare il figlio Bernardino («uomo perverso»), il quale nel 1523 aveva tentato di ucciderlo sul ponte del Gorgo in Borgo Aquileia, una prima volta il terzo giorno di Pasqua e una seconda durante la festa del Corpus Domini. Cacciato di casa questo sciagurato, Gio. Francesco lasciò tutti i suoi averi all’altro figlio, Giulio, che ebbe come seconda moglie quella Elisabetta da Porcia, a cui si deve appunto la costruzione della Chiesetta di S. Ermacora. Nel 1593 il figlio Gio. Daniele ottenne dal Vicario Generale del Patriarca la concessione di far seppellire in questo luogo consacrato al culto i morti della famiglia e tale consuetudine venne mantenuta anche nel secolo successivo quando, nel 1638, la casa fu acquistata dal conte Alfonso d’Arcano. Entrando in possesso della sostanza degli Sbroiavacca, il conte d’Arcano ebbe pure il patronato della nomina del Cappellano pro tempore e l’obbligo dei relativi «pagamenti d’aggravio perpetuo». E poiché la chiesa era assai comoda per una parte degli abitanti del borgo e delle zone adiacenti, alla Messa che vi si celebrava nei giorni festivi concorreva sempre una grande folla. I d’Arcano rimasero proprietari del palazzo sino agli inizi dell’Ottocento e se ne conserva ancora il ricordo nel nome del vicolo che lo fiancheggia. Dopo alcuni rapidi passaggi, prima ad una famiglia Pantaleoni (1819) e poi ad una certa Lucia Susini (1824), probabilmente imparentata con gli stessi d’Arcano, le case ed i fondi annessi alla chiesa vennero acquistati del 1825 da Francesco Braida, che trasformò i locali ad uso di raffineria dello zucchero. Si può supporre che nell’edificio antistante il Borgo fossero sistemati gli uffici dello Stabilimento Braida, mentre le operazioni di raffilatura dello zucchero venivano effettuate in altre costruzioni situate sul retro, dal lato della corte. Neppure la Chiesetta di S. Ermacora rimase immune da cambiamenti e nel 1827 fu privata dell’unica finestra, che le dava aria e luce, e le vennero innalzati a ridosso dei muri. Si cominciò così a pensare che in un siffatto ambiente, ormai abbandonato all’incuria del tempo, fosse sconveniente celebrare i divini offici e quindi, per intervento del parroco del Carmine, la Curia dispose l’11 maggio 1836 la sospensione del culto nella Chiesetta. Per lunghi anni il piccolo edificio rimase chiuso e abbandonato, finché il conte Orazio d’Arcano, nel 1864, chiese ed ottenne di potervi togliere l’altare con le due statue, le pietre della porta di ingresso con la lapide sovrastante e la pietra sepolcrale per trasferirle ad Arcano nella chiesa di sua proprietà. Il settecentesco altare in marmo opera del prolifico scultore portogruarese G. B. Betini, abbellito dalle statue di S. Paolino d’Aquileia, del Beato Bernardo e dal bassorilievo raffigurante S. Ermacora, chiudeva piacevolmente il piccolo vano che nel soffitto e nelle pareti recava affreschi di Andrea Urbani (pittore padovano che a Udine lavorò anche nei palazzi Mangilli e Brazzà e nel Duomo). Il soggetto dei dipinti ci è sconosciuto, così come sconosciuta è la data di esecuzione: e tuttavia, posto che nel 1796 Andrea Urbani affresca una stanza a pianterreno nel mastro del Castello d’Arcano con ariosi soggetti bucolici (giardini all’italiana, boschi con leggiadre figurine di nobili o di pastori, di bovari, di contadini) si può ragionevolmente pensare che negli stessi anni e per lo stesso committente lavorasse anche in Udine. Nel 1875 venne definitivamente chiusa la porta della Chiesetta che, pur così immiserita, riuscì a conservare almeno fino alla fine dell’Ottocento un suo piccolo campanile, abbattuto poi per altri lavori di ampliamento della Caserma. Ma torniamo allo Stabilimento Braida che, dopo aver funzionato a pieno ritmo per alcuni decenni, occupando giornalmente circa 160 operai per raffinare gli zuccheri greggi provenienti dall’Avana e dal Brasile, zuccheri che poi venivano smerciati «in tutto l’impero», incominciò a perdere d’importanza (causa l’impulso dato dalle raffinerie estere alla fabbricazione degli zuccheri da barbabietola) tanto che nel 1865 il Consiglio Comunale deliberò di acquistare l’intero complesso per adibirlo a Caserma. Due anni dopo si accordava «sanatoria per i lavori di riduzione ed adattamento ad uso caserma militare eseguiti nel fabbricato ex raffineria dello zucchero di Borgo Aquileia» e nel 1868 il Comando del 1° Reggimento granatieri otteneva «l’uso gratuito di
parte di Caserma della Raffineria per alloggio a quelle compagnie che non possono essere contenute nelle caserme erariali». Infine, nel 1872, il Consiglio Comunale accettò la proposta di cedere allo Stato i locali della Caserna dell’ex raffineria per ricevere in cambio quelli del Tribunale e dell’ex Convento di S. Domenico. Dalla pianta di Udine di Gazoldi e Costantino del 1611 e da un disegno del 1838 (che viene pubblicato nel volume della Porta Masutti) riusciamo ad avere un’idea sufficientemente precisa di come fosse l’edificio, almeno per quanto riguarda il fronte che dà su Via Aquileia. Era una costruzione di modestissima fattura, alta ma piuttosto stretta, con un portoncino tutto spostato sulla sinistra e due file di quattro finestre in verticale (ivi
compresa la piccola finestra del sottotetto). Tra la Chiesetta di S. Ermacora e la casa rimaneva uno spazio che su Via Aquileia era chiuso da un muraglione. Il 24 settembre del 1823 i Braida presentano un progetto di trasformazione in due versioni, che prevedevano entrambe la stessa struttura di base (che è quella sostanzialmente rimasta fino ad oggi), ossia la creazione di un unico corpo che, attaccandosi alla chiesetta, inglobi ad un tempo il vecchio edificio. Ne nasce un palazzo dal fronte piuttosto imponente, con ampio e alto portale in bugnato sopra il quale, in corrispondenza del salone, si vede nella prima versione (poi non realizzata) una raffinata monofora con balaustrata a vista, abbellita da due colonne ioniche per lato, e nella seconda versione una semplice finestra riquadrata in pietra anche in corrispondenza del salone. Per il resto, quattro piani d’altezza e finestre (in orizzontale tre file per parte) piuttosto piccole e quadrate, salvo quella del piano nobile. Nel 1827 ci furono altri lavori di riforma e nel 1832 la costruzione di nuovi fabbricati a più piani sopra il muro di cinta dell’orto; nel 1838 ancora modifiche alle case interne. Ma nel 1866 l’Ufficio tecnico municipale presentò il progetto di adattamento di tutti gli edifici del complesso “Braida” a Caserma: furono modificati, oltre all’interno dei palazzi, i corpi già adibiti a raffineria, trasformati per la maggior parte in dormitori. Totale è stato il rifacimento interno negli ultimi cent’anni in base alle funzioni dell’edificio (negli anni ’80 sede del Comando Presidio Militare, Brigata "Genio"), con soluzioni talvolta anche di grande effetto, com’è del salone al primo piano del fabbricato A, uno degli ambienti più vasti di tutta Udine. Durante la Prima Guerra Mondiale la Caserma Savorgnan diventa Ospedale dell’esercito e solamente nel 1938 diventa sede della 2° Fanteria. Durante l’occupazione nazista di Udine, iniziata nell’aprile 1944 e conclusa nel 1945 a guerra finita, la Caserma cambiò ulteriormente la sua destinazione d’uso diventando la Sede del Comando Tedesco (alcune foto sono disponibili nell’archivio del Fondo Comitato Provinciale ANPI). Attualmente nella medesima area della Ex Caserma Savorgnan è in progetto la futura nuova Sede udinese dell'Archivio di Stato.
 
[fonte:        raccontare udine; bartolini, bergamini, sereni; 1983]
 

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    Project details
    • Year 2018
    • Status Competition works
    • Type Churches / Libraries / Military barracks, police and fire stations / Recovery/Restoration of Historic Buildings / Restoration of façades / Structural Consolidation / Building Recovery and Renewal
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