L'Isola e la Balena

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In quest’appartamento ci hanno vissuto i miei carissimi zii, ed ora è passato di proprietà alla loro unica figlia nonché mia cugina.
Due persone eccezionali che hanno scandito parte della mia vita in questo che è stato il rifugio di alcune marachelle scolastiche, tra scioperi veri o di fantasia consumati nella scuola adiacente, il mitico Pitagora, l'Istituto Giovanni XXIII.
E' stato anche il luogo in cui tutta la famiglia si riuniva durante le feste natalizie e resta pieno di ricordi e profumi, di trame di tappeti, di rifugi speciali, immaginari, che prendevano forme molteplici come nello spazio protetto al di sotto del tavolo da pranzo.
 
La configurazione iniziale della casa presentava degli sbilanciamenti nel dimensionamento delle camere, oltre ad avere una sagoma veramente difficile da gestire soprattutto nel luogo vocato al soggiorno con le sue pareti sghembe e curve.
Le nuove esigenze erano quelle di avere una grandissima cabina armadio, per i mille vestiti, scarpe ed accessori di cui si circonda Chiara, e una grande isola, immersa nel soggiorno, per la cucina, nonostante lei non si possa definire né un’amante del cibo né una grande cuoca.
 
 
L’appartamento era caratterizzato da un lungo corridoio che metteva in connessione i vari ambienti e da uno scollamento funzionale che vedeva la cucina posizionata tra le camere da letto e, di conseguenza, molto distante dalla zona giorno, per arrivare alla quale bisognava fare una specie di inversione a “U” verso il corridorio dove, a sua volta, insisteva la camera di Chiara.
L’inversione dei ruoli lo definirei quindi un intervento d’ufficio.
La nuova distribuzione ha previsto una razionalizzazione della zona notte che si distribuisce quindi intorno al piccolo disimpegno.
 
La stanza centrale è stata ricalibrata spostando la parete di confine con il soggiorno che si piega assecondando le diverse profondità delle colonne dispensa.
Queste sono state pensate a profondità variabili, sia per garantire un maggiore spazio alla camera da letto, ma anche in relazione al fatto che la dispensa ha prodotti eterogenei; obbligati nella dimensione delle colonne frigo/forno, più libera nella restante parte.
I pannelli lisci rendono ambigua la grande parete contenitiva provocando una consapevole incertezza sul suo ruolo proprio in virtù della sua promiscuità con funzioni di rappresentanza. La grande dispensa è un muro calibrato al passo industriale grazie ai due tagli verticali che incidono la superficie con degli elementi a giorno in cui inserire dei libri, magari di cucina, qualche ricordo, o meglio ancora delle bottiglie di buon vino.
 
A livello percettivo il grande piano a filo della finestra che guarda la facciata della chiesa di Santa Maria Ausiliatrice e il parco dell’Istituto Santa Maria Mazzarello, sfila a sinistra dietro la parete contenitore e, oltre a garantire uno spazio meno visibile in cui inserire elettrodomestici di uso quotidiano, genera una tensione che ne amplifica la dimensione.
 
L’isola centrale potrebbe sembrare una forzatura ma è stata fortemente voluta da Chiara e per compensare lo spazio residuo da dedicare alla zona pranzo è stata pensata profonda solo 70cm. Questa segnala fortemente la dimensione orizzontale ponendosi, parallela, come principio ordinatore per le molteplici direzioni dei piani verticali, e ha comportato la scelta di utilizzare un sistema di cottura a induzione di tipo lineare.
 
La parte verso la parete curva è svuotata per essere utilizzata per una colazione o un pranzo veloce, ed in corrispondenza di questa calano un tris di lampade Beat Light di Tom Dixon.
Il tavolo tondo è prodotto da Knoll è il modello Tulip disegnato da Eero Saarinen, al quale sono affiancate le sedie Igloo prodotte da Kartell per Philippe Starck.
Come un pendente su di esso cala la lampada Rough Diamond di Ben Torim Design.
 
Di fronte ad essa la grande parete sospesa serve anch’essa a regolarizzare il volume e si pone come grande spazio espositivo per i quadri.
L’effetto di sospensione e di arretramento sono lo spunto per alleggerire uno spazio di connessione,  residuo del vecchio corridoio, che in quel tratto risulta particolarmente compresso, ed al tempo stesso questa scelta formale consente di ricavare, all’altezza della panca e nella parte superiore, una grande libreria lineare.
 
L’occhio della balena è una nicchia che denuncia il volume vuoto all’interno del quale è stato inserito un camino al bietanolo.
La grande panca che idealmente taglia la parete sghemba e finisce fino al piano della Tv, è rivestita con una lastra effetto acciaio corten della Laminam.
Un divano a chicco di riso della Lacoon era l’unica forma compatibile con la configurazione spaziale e si innesta come una lancetta di un orologio a ridosso della parete curva.
Le finestre sono state portate a tutt’altezza in modo da garantire un effetto ingresso/uscita (come un ago che tesse un tessuto) dal piccolissimo terrazzo lineare profondo appena 60cm.
 
Verso la camera da letto insiste la grande parete di armadi (circa 10ml) che nel primo tratto possono essere considerati a servizio dell’altra stanza o del bagno che la fronteggia, ma chiaramente sono stati completamente occupati dai vestiti di Chiara.
Questa prosegue (verso la camera matrimoniale) passando oltre alla porta a tutt’altezza senza mostre che segnala l’ingresso nella zona notte.
Questa scelta, quando aperta, permette una lettura totale della lunghezza della casa e al tempo stesso garantisce la dovuta privacy alla zona notte.
Quando è chiusa è invece fusa nella parete di fondo.
L’armadio a profondità variabili è con ante scorrevoli e girando su se stesso configura uno spazio a “C” che lascia il posto solo al varco di accesso alla camera.
La parete di ambito accoglie una grande mensola che aiuta ad amplificare la dimensione della stanza piegandosi ad “L” nel punto di connessione con la parete ad essa ortogonale e lasciando spazio ad una grande libreria verticale.
 
Il bagno è un intervento precedente ed è realizzato con le lastre della Basaltina Stone Project della LEA, e rappresenta una vera e propria declinazione di tutte le tipologie della serie prodotte dall’azienda.
Una fascia di mosaico lineare segnala, come fosse un tappeto, lo spazio della doccia e dei sanitari al di sopra dei quali è stata realizzata una mensola che ha innanzitutto uno scopo funzionale di spessorare la parete per permettere l’inserimento della cassetta Geberit, ma chiaramente viene sfruttata come un piano di appoggio.
Come sempre la doccia è in fondo, compatibilmente con le gerarchie temporali di utilizzo, e presenta una seduta che si piega morbida verso la parete vetrata. Al fianco di essa un mobile contenitore si lascia sfilare dalla mensola.
 
 
Il pavimento, principio ordinatore che omogeneizza a terra le diverse funzioni, è un grès porcellanato in lastre 20x120 della serie Bio Timber Provenzale della LEA. L’effetto del legno, legato ad una lastra di grès non si deve escludere a priori in quanto riproduzione o perché non rende lo stesso calore di un parquet.
 
Chiara ha un cane, a volte due, a volte tre, ed era necessario avere un pavimento con una forte resistenza.
 
Il problema di questo materiale non è legato al fatto di voler imitare il legno ma che a differenza del parquet, che garantisce come un fluido una superficie continua, lascia intravedere lo spazio tra le fughe, facendo leggere un ordito che ne rinnega l’autenticità, identificandone il surrogato del prodotto. E questa sensazione è accentuata se la posa viene fatta a tolda di nave. Per tale ragione le liste sono state pensate posate a correre, come i vecchi pavimenti in legno inchiodati.

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