CONCORSO_CONCORDIA LIGHTHOUSE

Isola del Giglio / Italy / 2015

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“(…) Il mare non fa mai doni se non duri colpi e qualche volta un'occasione di sentirsi forti, ora io non so molto del mare ma so che qui è così e quanto importi nella vita non già di essere forti ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa”.


                                                                                                                                                                                      Primo Levi


Una radice che nasce nel sottosuolo, fuoriesce dal mare, cresce trovando appiglio nella scogliera e si slancia verso il cielo: ecco come la struttura non solo si integra con il contesto ma ne diviene parte integrante. In questa connessione simbiotica tra struttura e ambiente circostante rientra anche l’abitazione del custode, poiché pensata come struttura ipogea, scavata nella stessa scogliera. Il richiamo del progetto alla natura è preponderante e trova la sua massima espressione nell’utilizzo di una metafora: la vite, pianta arborea rampicante. Così come la vite per crescere si attacca a dei sostegni mediante i suoi viticci, la struttura si sviluppa e si avviluppa attorno al faro, che diventa perno e sostegno. Mentre la vite è la metafora attorno alla quale è nato il progetto, l’esplicazione della stessa metafora in forma concreta, da luogo ad un simbolismo: una mano che fuoriesce dal mare e tenta un appiglio. Anche la scelta e l’utilizzo dei materiali richiama al simbolismo “braccio-sostegno”: il faro è costituito da una struttura in acciaio inossidabile rivestita da pannelli di bio-cemento, per dare allo stesso un aspetto statico e forte, tipico di strutture di supporto. La struttura confinante è realizzata con sistema reticolare di tubolari in acciaio inossidabile, la cui geometria finale richiama alla struttura dell’epidermide umana.La struttura che circonda il faro e si aggrappa allo stesso è stata concepita come un vero e proprio “percorso sensoriale”, al quale è possibile accedere tramite un ingresso principale che introduce ad un foyer e rappresenta l’inizio del percorso. Oltre all’ingresso principale è presente un ingresso privato che conduce all’abitazione del custode. La struttura potrà diventare all’occorrenza un luogo per allestimenti temporanei, meeting, congressi: un luogo d’incontro, insomma, che si distacca e si pone in maniera antitetica alla vecchia concezione di “faro” come luogo di solitudine. La struttura sarà rivestita da un tessuto in PVC elasticizzato e traslucido, tale materiale si dilata al tatto ma, dopo poco, torna alla sua originaria forma; inoltre, la traslucidità permetterà di distinguere la forma di un oggetto posto all’interno della struttura ma non di visualizzare i suoi contorni netti e nitidi. L’utilizzo di questo specifico materiale è volto ad esaltare il ritorno ad una condizione di partenza che avviene, quasi in modo obbligato, dopo un evento che sconvolge la stasi iniziale e la sostanza effimera e intangibile della vita. La scelta di materiali come il bio-cemento, il fatto che le pannellature in PVC elastico e le strutture in acciaio sono completamente rimovibili, garantiscono l’alta sostenibilità alla struttura Durante il percorso, costituito da dilatazioni e contrazioni della struttura, i sensi del visitatore sono stimolati da alternarsi di luci e ombre, dal suono naturale delle onde che si infrangono ora dolcemente ora in modo dirompente sulla struttura, dal vento che soffia e si insinua nel gioco delle sfaccettature della prospetto. Parte del percorso sarà spanto da un senso di occlusione e angoscia, che condurrà ad uno spazio sormontato da un’ultima aspra contrazione, dalla quale penetra la luce che invade lo spazio e i sensi del visitatore: una sorta di liberazione finale. La luce pervaderà in quest’area ma il visitatore non vedrà mai il punto dal quale proviene. Trentadue squarci saranno presenti lungo il percorso, trentadue lacerazioni del tessuto elastico, trentadue graffi nell’epidermide strutturale, trentadue. Trentadue le vittime del naufragio. In modo mesto la progettazione volge un pensiero commemorativo al disastro che ha portato all’annientamento di trentadue vite. In modo mesto le trentadue fessure presenti nel percorso, inquadreranno il mare e la terra, mai il cielo.


 


“I read somewhere – and the person who wrote this was not a mountaineer but a sailor – that the sea’s only gifts are harsh blows and, occasionally, the chance to feel strong. Now, I don’t know much about the sea, but I do Know that that’s the way it is here. And I also know how important it is in life not necessarily to be strong but to feel strong, to measure yourself at least once, to find yourself at least once in the most ancient of human conditions, facing blind, deaf stone alone, with nothing to help you but your own hands and your own head.”


                                                                                                                                                                                       Primo Levi


 A root that is born in the subsoil, sticks out of the sea, grows finding a handhold on the cliff and soars up to the sky: this is how the structure not only combines with the background but also becomes an integral part of it. This symbiotic connection between structure and surrounding environment also includes the caretaker's house, since it's conceived as an underground structure dug into the same cliff. The reference of the project to nature is preponderant and it finds the cutting edge in the use of a metaphor:  the vine, a climbing plant tree. Just as the vine clings to supports with its tendrils in order to grow, the structure develops and envelops around the lighthouse, which becomes its pivot and support. While the vine is the metaphor around which the project took shape, the concrete explication of the metaphor itself gives rise to a symbolism: one hand sticking out of the sea and groping for a hold. The choice and use of the materials refer to the “arm-support” symbolism as well: in order to convey a static and solid look, which is typical of supporting structures, the lighthouse is made up of a stainless steel structure covered with bio-dynamic cement panels. The adjoining architecture consists of a stainless steel wire fence made of tubes, which final geometry recalls the shape of human skin. The building surrounding the lighthouse and clinging on it has been conceived as an out-and-out “sensory journey”, accessible from the main entrance that leads into a foyer and constitutes the beginning of the route. If need be, the architectural space might become a setting for temporary installations, meetings, conventions: a meeting place, which distances itself in an antithetic manner from the old-fashioned concept of the lighthouse as a place of solitude. The structure will be covered with translucent PVC tent fabric, a material that stretches to the touch yet returns to its original shape soon after; moreover, its translucency will allow discerning the shape of an object placed inside the structure yet not its clear and sharp-cut outline. Use of this specific material is intended to enhance the comeback to an initial condition which happens, almost compulsorily, after an event that upsets the earlier state of stasis and the ephemeral and intangible substance of life. The choice of materials such as bio-cement and the fact that both the panel system in PVC tent and the steel structures are entirely removable, guarantee the building a high sustainability. Throughout the route, which is made up of expansions and contractions of the architecture, the visitor's senses are awakened by alternating lights and shadows, by the natural sound of waves crashing gently or with power into the structure, by the blowing wind that weaves through the facets of the facade. Feelings of blockage and anguish will spread through that section of the route which leads to an area surmounted by one last rugged contraction from which light comes in and invades the area and the visitor's senses: some kind of a final liberation. Light will permeate the whole area yet the visitor will never see the point from which it originates. Along the route, there will be thirty-two slits, thirty-two lacerations of the elastic fabric, thirty-two scratches in the structural epidermis, thirty-two. Thirty-two shipwreck victims. The design ruefully commemorates the disaster that has caused the destruction of thirty-two lives. Ruefully, the thirty-two cracks will point toward the sea and the ground, never toward the sky.


 


 


 


 

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    “(…) Il mare non fa mai doni se non duri colpi e qualche volta un'occasione di sentirsi forti, ora io non so molto del mare ma so che qui è così e quanto importi nella vita non già di essere forti ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa”.      ...

    Project details
    • Year 2015
    • Status Competition works
    • Type Monuments
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