Area dei Frigoriferi Milanesi

Edificio Stecca, Open Care Café, Open Care Caveau Milan / Italy / 2008

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progetto 5+1 AA architetti Alfonso Femia, Gianluca Peluffo con: Ms_ingegneria, Stefano Migliaro (strutture/strucural engineering) Mt_ingegneria. Marco Taccini (impianti/system engineering) collaboratori: Raffaella Francesca Pirrello, Simonetta Cenci, Francesca Recagno, Sara Traverso, Francesca Ameglio, Lorenza Barabino, Cinzia Avanzi, Luca Bonsignorio, Enrico Martino, Stefania Bracco, Anna Patti, Ilaria Sisto, Chiara Braida direzione lavori: arch. Martino Ferrari, Milano impresa esecutrice lavori edili: Floreani e Fornari, Milano Edilmonetti, srl Milano impresa esecutrice opere speciali: Marzorati & Ronchetti, Cantù (CO) sistema di facciata: Tosoni, Verona realizzazione impianti: Brulli, Bergamo sistema di comunicazione: in facciata Color Project, Milano Una nuova centralità a Milano sta nascendo, l’area di Porta Vittoria, con i suoi nuovi vuoti da riempire e le sue contraddizioni da interpretare, manipolare, enfatizzare. Ai bordi di questo vuoto troviamo via Piranesi, strada che si contraddistingue per avere un fronte lungo e compatto prevalentemente ‘produttivo’ ed uno egualmente frammentato ‘residenziale’. Uno zoning lineare, determinato dalla linea ferroviaria che passava sino a pochi anni fa in superficie, e che ha scomposto i criteri con cui il fronte a sud si è costruito tra un vero affaccio urbano su via Piranesi ed un retro disordinato, ma oggi affascinante, su Porta Vittoria. All’interno di questa striscia densa, particolare rilievo prende il comparto dei Frigoriferi Milanesi_Palazzo del Ghiaccio composto da un edificio basso e lungo su via Piranesi, banale, sordo ma che gioca prospetticamente un ruolo di piano primo rispetto alle due presenze importanti al di là della linea: il Palazzo del Ghiaccio, articolato e luogo di memoria e i Frigoriferi Milanesi 1, monolite cieco e possente che nella sua fisionomia attuale ha perso molti dei caratteri ancora rintracciabili oltre il muro intonacato. Tutto contraddistinto da un grigio cinereo che ben si sposa forse con il grigio plumbeo che spesso si può trovare in una città come Milano. A tutto ciò va aggiunto un importante basamento posto sotto la quota zero dei due edifici, il Caveau dei Frigoriferi Milanesi, che rende ancora più affascinante e disorientante questa strana compagnia di volumi e funzioni, quasi estranei tra di loro ma nella continua ricerca di un dialogo. Il progetto di recupero funzionale e architettonico dell’area, gioca su tutti gli aspetti sopradescritti e sulle loro contraddizioni, oltre ad affrontare il tema di ciò che il luogo custodisce e conserva: arte e tesori. Gli aspetti urbani si fondono pertanto con quelli di una nuova strategia commerciale e di servizio ed il progetto si completa con la ricerca di un nuovo logo_slogan (Open Care) ed una nuova immagine coordinata, uno dei punti di partenza del progetto. I primi interventi di questa trasformazione si concentrano sull’edificio di via Piranesi, e sul Caveau e la sua rampa di accesso. La banalità e la mancanza di carattere dell’edificio basso e lungo viene enfatizzato da due semplici operazioni: la ‘bagnatura’ del lingotto grigio in un bagno neropetrolio, un blob che investe tutto muri, serramenti, profili, cercando di annullare tutto ciò che potrebbe costituire ragionamento architettonico ed elevando il volume a buco nero da cui venire risucchiati; e la sovrapposizione di una nuova ‘pelle_pellicola: plugbuilding’, di vetro, lucida, che gioca cromaticamente con la monotona geometria del prospetto sottostante, che scontorna il volume rendendolo bidimensionale e crea ‘l’effetto notte’. La ridefinizione del basamento, attraverso nuove, profonde aperture che tentano una qualche ‘trasparenza’ tra l’esterno pubblico e l’interno privato, il sovradimensionamento della grafica (Frigoriferi Milanesi) sui due prospetti (aspetto perso in corso d’opera per volontà della Committenza) per esaltare il nuovo aspetto monolitico dell’edificio, e il sistema illuminotecnica, diffuso su via Piranesi e puntuale nella corte interna, completano il progetto, dove l’assenza di ricerca di dettaglio contraddistingue il volume nella sua nuova immagine urbana. Il blob nero cola sulla rampa di accesso all’Open Care Caveau, dove lo spazio ambiguo riprende dimensione attraverso una zebratura di pennellature e linee luminose bianche, e dove il nero ci accompagna sino dentro al foyer, dove uno spazio in sospensione tra una rampa da garage americano ed un dedalo di corridoi e porte che individuano delle celle, ci avvolge in un silenzio fisico e rilassante. La stanza_foyer, un rettangolo punteggiato da tre pilastri centrali, si scompone e si annulla, creando ambiti differenti e rimandi continui: tutto ciò che ci lasciamo alle spalle è nero, profondo, tutto ciò che ci troviamo di fronte e differente. lucido, curvo e specchiante a sinistra, semitrasparente, colorato a destra. Al centro una C di rovere sbiancato definisce lo spazio_foyer, punteggiato da quattro Flap_Edra, bianchi senza forma. La concentrazione di materiali e dettagli si annulla oltre la porta blindata, dove blob di colori differenti dal chiaro allo scuro caratterizzano i corridoi di accesso alle celle. Sospesi tra ricchezza ed essenzialità, tra sicurezza e comunicazione, si ricerca lo spazio senza definirlo, così che esso, a seconda di chi e cosa viene introdotto, possa divenire, chic, glamour, pop, elegante, freddo, accogliente… la stanza Open Care. L’Open Care Café si inserisce al centro del basamento dell’edificio su via Piranesi dove un recente progetto di riqualificazione ha tradotto un edificio sordo e grigio in un ‘landmark’ urbano caratterizzato da due atteggiamenti estetici differenti: colorato e sospeso verso la città, grafico e monolitico all’interno dei Frigoriferi Milanesi. L’Open Care Café va ad occupare lo spazio ‘trasparente’ del basamento, identificato come spazio intermedio e ‘pubblico’ tra la città e il mondo Open Care. Il taglio netto del volume viene costruito attraverso un ritmo di pieni e vuoti, capaci di non far percepire lo spazio a doppia altezza che Open Care propone, in una articolazione di spazi ora compressi ora dilatati, ora urbani, ora domestici. Data la sua conformazione geometrica che connatura lo spazio (lungo, stretto, alto), l’Open Care Café identifica dei territori dove con modalità differenti è possibile vivere diversamente lo spazio. Un ‘tappeto’ di legno racchiude lo spazio del food sia orizzontalmente che verticalmente, contrapponendo alle due estremità due luoghi e due atteggiamenti dello ‘stare’: lento e domestico dove troviamo un camino intagliato nella parete, veloce e urbano dove troviamo il bancone bar in legno, acciaio e vetro. Due linee di resina bianca lucida definiscono le modalità di attraversamento dello spazio, allontanando percettivamente l’Open Care Café dalla strada e dal suo paesaggio. Lo spazio si compone quindi dalla somma di due ‘box’, quello trasparente, articolato, vissuto e percepito anche dall’esterno e quello rovesciato, bianco, assoluto, scandito da linee e superfici di luce, vero orizzonte di chi vive l’Open Care Café. Scandito da un cielo di Bubble_Norlight e punteggiato dalle sedute di Sottssas per Segis (Trono), l’Open Care Café conquista un nuovo ‘epi_centro’ della città di Milano, ne occupa la soglia che divide i due mondi, ne costruisce il primo ingresso pubblico anticipando la grande trasformazione del Palazzo dei Frigoriferi e del Palazzo del Ghiaccio.
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    progetto 5+1 AA architetti Alfonso Femia, Gianluca Peluffo con: Ms_ingegneria, Stefano Migliaro (strutture/strucural engineering) Mt_ingegneria. Marco Taccini (impianti/system engineering) collaboratori: Raffaella Francesca Pirrello, Simonetta Cenci, Francesca Recagno, Sara Traverso, Francesca Ameglio, Lorenza Barabino, Cinzia Avanzi, Luca Bonsignorio, Enrico Martino, Stefania Bracco, Anna Patti, Ilaria Sisto, Chiara Braida direzione lavori: arch. Martino Ferrari, Milano impresa...

    Project details
    • Year 2008
    • Work started in 2005
    • Work finished in 2008
    • Status Completed works
    • Type Bars/Cafés
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