D'O

Cornaredo / Italy / 2016

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Il nuovo ristorante per Davide significa molte cose, già guardandolo da fuori.


La piazza della chiesa vecchia di San Pietro, prima di tutto, il suo passato, la tradizione e anche una bella pagina di storia. San Pietro era una chiesa sulla strada che collegava Milano a Torino. Sulla facciata sono murate delle patere, scodelle in maiolica o ceramica invetriata, che avevano una duplice funzione - decorativa e segnaletica - perché indicavano che lì, il pellegrino, poteva trovare ospitalità e consumare un pasto caldo. Il suo nuovo ristorante si trova proprio di fronte. Gli piace pensare che, a pochi metri dalla chiesa, darà “nutrimento” e accoglienza ai suoi ospiti.


E non è tutto. Nella piazza c’è il “seme” del suo paese, che è l’olmo e che è circondato da erbe: mangiare dove cresce l’olmo, una cucina circolare a tutti gli effetti, con le radici e la voglia di “crescere”.


Le sculture sulla piazza di Velasco Vitali, in ferro e lamiera, rappresentano dei piccoli alberi: dieci elementi che scandiscono lo spazio come in una partitura musicale, sono allineati su due sentieri che, espandendosi dal grande olmo centrale, si distendono lungo le direttrici della piazza.


Foresta Rossa è una riflessione narrativa attorno alle città fantasma e alle loro immagini surreali di abbandono, paesaggi fortemente in contrasto con il ricordo realistico dei filari di olmi o di gelsi che, in questa zona della campagna padana, accompagnavano gli argini dei fontanili come un marchio d’identità territoriale.


L’accoglienza resta un connotato irrinunciabile della ristorazione all’italiana alla quale Davide ha sempre cercato di ispirarsi. Nel nuovo ristorante ha voluto svilupparla ulteriormente. Per questo ha realizzato una casa, quella della Milano alla quale è più legato, con la suddivisione su due livelli in zone dalle caratteristiche inconfondibili: la cucina, il tinello, il soggiorno, il salotto, la galleria, la veranda, la cantina e lo studio.


Parte integrante del progetto di architettura, curato da Piero Lissoni, è la vetrata incorniciata da un profilo di metallo traforato e coperta da una pensilina che si affaccia sulla piazza, con una superficie vetrata grande abbastanza da far sì che la piazza possa “entrare in casa” e che la casa possa “entrare nella piazza”


“E il tocco finale è quello di aver lavorato con la matrice dell’architettura: ho tagliato gli spazi e regolamentato gli ingredienti architettonici come fa un cuoco. E tra gli ingredienti annovero la trasparenza verso la piazza, la luce, la connessione tra il luogo dedicato alla ricerca e il ristorante, la cucina vera e propria e le differenti stanze, che si rincorrono una nell’altra” spiega Lissoni.


Quando Davide ha cominciato a immaginare il nuovo ristorante, era proprio la ricerca del “nuovo” che aveva in mente, su solide basi però. Nuovo per lui è un’evoluzione costante, è sentire di avere vissuto, studiato, imparato, assorbito e persino rilasciato per dar vita a un ulteriore sviluppo. E come potrebbe farlo se non avesse fondato la sua cucina su solide basi e altrettanto solidi insegnamenti.


“Desidero che la porta del ristorante sia aperta, in tutti i sensi, che una parte della preparazione del menu avvenga davanti agli ospiti - commenta Davide Oldani. - L’obiettivo è coinvolgerli a trecentosessanta gradi, in un ambiente esteticamente bello ma anche accogliente. L’idea di bellezza del mio amico Piero si è perfettamente combinata alla mia idea di praticità, realizzando il mio desiderio di un’estetica che non rinunciasse alla comodità.


Ho voluto ingrandirmi in senso fisico, di metrature intendo, anche se non era questo lo scopo principale. L’ho fatto con l’obiettivo di realizzare una cucina più “grande”, capace di evolvere, di confrontarsi con altre cucine nel nostro Paese e anche fuori; e nello stesso tempo per razionalizzare gli spazi e rendere tutto più funzionale oltre che, naturalmente, confortevole, esteticamente gradevole.


Diciamo che ho effettuato un PICCOLO spostamento fisico - sono andato a pochi metri dal primo D’O- per realizzare una GRANDE evoluzione nella semplificazione, nell’organizzazione e nella funzionalità. Ma non ho cambiato il numero di coperti della sala.”.


Tutto è stato pensato per offrire un’esperienza che abbatta le barriere tra cucina e sala da pranzo, tra Davide e i suoi ospiti.


Nell’arredare il nuovo ristorante, Davide ha potuto affermare con maggiore forza queste convinzioni. A cominciare dai tavoli e dalle sedie, che ha disegnato lui stesso, realizzando concretamente alcune idee che inseguiva da tempo. E cioè la creazione di elementi di arredamento che - pur nell’eleganza - fossero essenziali, lineari e funzionali. La comodità, a suo parere, si traduce in tranquillità e rilassatezza, ma anche nel favorire - attraverso una forma ergonomica degli arredi nata dall’osservazione quotidiana degli ospiti - una digestione corretta, che comincia quando ci si siede a tavola e non quando ci si alza.


Il piano interrato è invece riservato alla ricerca e sviluppo, con un insieme di aree diverse e comunicanti in uno spazio fluido. Qui si trova una cucina a isola attrezzata per creare e sperimentare nuovi piatti e nuove idee, una parte destinata allo sviluppo del brand D’O e dei sui prodotti, una cantina a temperatura controllata aperta alle degustazioni.


 

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    Il nuovo ristorante per Davide significa molte cose, già guardandolo da fuori. La piazza della chiesa vecchia di San Pietro, prima di tutto, il suo passato, la tradizione e anche una bella pagina di storia. San Pietro era una chiesa sulla strada che collegava Milano a Torino. Sulla facciata sono murate delle patere, scodelle in maiolica o ceramica invetriata, che avevano una duplice funzione - decorativa e segnaletica - perché indicavano che lì, il pellegrino, poteva...

    Project details
    • Year 2016
    • Work finished in 2016
    • Status Completed works
    • Type Restaurants
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