Palazzo del Cinema

Venice / Italy / 2005

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Il concorso presenta un dualismo di fondo. Da una parte l’esigenza di visibilità ed espressività internazionale e dall’altra il rispetto della straordinaria ricchezza locale del sistema Venezia-Lido.

La risposta a questo dualismo è data dall’affermazione convinta che sia uno scandalo distruggere il verde del Lido e pensare di competere a livello architettonico-espressivo con il Casinò e con il Palazzo del Cinema.
Venezia non è una città sottosviluppata.

Non ha bisogno di violenza e prevaricazione formale. Così il tema del realismo magico si afferma come soluzione espressiva dell’esterno, dove la materialità opaca e terrosa della sala si compone con la ricchezza iconica del verde della Piazza del Cinema e del Giardino del Cinema, e dei due edifici del novecento italiano. Dall’altra parte l’interrato, che risolve funzionalmente tutti i requisiti del bando del Palazzo del Cinema, è sensuale, lussuoso nei suoi spazi: utilizza l’immagine dell’ala della libellula, nella vetrata della Grande Sala sul parco, i materiali e le immagini del mondo del Cinema, oro, velluto, pelle, nel Foyer, nella Passerella, nel Mercato del Cinema, nel Bar.

Questa risposta alla dualità del concorso, rappresenta un unicum compositivo e percettivo, che unisce rispetto e forza espressiva, realismo metafisico e sensualità.

Il progetto della sala da 2400 posti, non è un’architettura simbolica ed espressiva, ma la risposta precisa alle richieste funzionali del bando di concorso. Negando l’edificio-oggetto si rigenera la condizione primitiva del rapporto tra luogo e mare, mediato dalla linea dell’orizzonte. Scala, materiali e dettagli prevalgono sul linguaggio.

La sala è il perno di una composizione urbana che integra piazza e mare, giardino e natura, Casinò e nuovo Palazzo del Cinema. Affossata nel terreno così da non entrare in conflitto con la scala del minuto tessuto urbano del Lido, la grande sala è vetrata sul lato del giardino. La struttura longitudinale è lunga circa novanta metri, ben visibile, rivestita di un sistema composito di resina e materiali naturali color terra, e rende l’architettura metafisica, senza scala ed enigmatica, come il luogo preciso in cui si trova.

E’ la vetrata della grande sala a rappresentarne la transizione con il mondo esterno e con il giardino in particolare. La vetrata è anche momento di riflessione sul tema del vetro: tema di sintesi tra Venezia, l’architettura moderna e la pellicola cinematografica.

Il mercato del cinema, le sale piccole e le altre funzioni ricettive e distributive si compattano a comporre un solo sistema architettonico ipogeo, ottimale dal punto di vista del risparmio di territorio urbano e del funzionamento delle attività attraverso l’orizzontalità, che appartiene sia all’esterno del luoghi che all’interno degli spazi. Nell’insieme questo spazio è un articolato teatro-sequenza di luoghi ipogei di grande suggestione spaziale. Sono contenute le idee di cinema, di festa, di sensualità, di percorso, di scoperta, di avvenimento urbano.

Il tutto avviene con semplicità e flessibilità, capaci insieme di produrre quella complessità che, come spiegò Federico Fellini, con poco rende stupefacenti sia il cinema che la città.
Il “realismo magico” appunto.
Alla fine, come il mare, lo spettacolo si ripeterà, ogni anno uguale ma differente.
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    Il concorso presenta un dualismo di fondo. Da una parte l’esigenza di visibilità ed espressività internazionale e dall’altra il rispetto della straordinaria ricchezza locale del sistema Venezia-Lido.La risposta a questo dualismo è data dall’affermazione convinta che sia uno scandalo distruggere il verde del Lido e pensare di competere a livello architettonico-espressivo con il Casinò e con il Palazzo del Cinema.Venezia non è una città sottosviluppata. Non ha bisogno di violenza e prevaricazione...

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