Per scegliere è necessaria la conoscenza, diretta o indiretta: con una serie di zoom sempre più ravvicinati, la riflessione parte dalle immagini e dalla percezione per svilupparsi all’interno dello
spazio favelado che viene “smontato” alla ricerca di una possibile classificazione che mostri le complesse relazioni del luogo e quindi la sua identità. La strada diviene lo spazio eletto per la ricerca e per la sperimentazione: qui i bambini diventano parte del processo progettuale offrendo il loro punto di vista attraverso l’uso della macchina fotografica, mostrando il loro mondo da meno di 1 metro d’altezza.
A voi, che siete architetti vorrei lasciare un messaggio in una bottiglia:
considerate il vostro lavoro come creazione di luoghi futuri per i bambini;
la città ed i paesaggi andranno a forgiare il loro mondo di immagini e di desideri.
Voi, infatti, non dovreste solo costruire edifici, bensì creare l’equilibrio dei vuoti affinché la sovrabbondanza non ci renda invisibili i mondi che ci circondano
[Wim Wenders, 1992]
… e se non riusciamo ancora a vedere, chiediamo ai bambini di prestarci lo sguardo.
L’idea stessa di uno spazio in movimento impone la nozione di azione, o meglio, di partecipazione da parte di coloro che utilizzano tale spazio. Al contrario dello spazio quasi statico e fisso (pianificato, progettato e concluso), nello spazio in movimento il destinatario passivo (lo spettatore) torna ad essere sempre attore (e/o coautore) partecipante. Inoltre, la partecipazione comunitaria, sin dalle prime operazioni di raccolta d’informazioni, è un punto qualificante delle strategie d’intervento, come la collaborazione e la sinergia con le attività svolte dalle organizzazioni locali.
La (ri)costruzione attraverso l’elaborazione di un progetto comune aiuta a “farsi storia”, a ricrearsi una dimensione di vita in uno spazio e in un tempo in cui la relazione tra gli uomini risulta alterata e il contatto umano temuto e distorto. Diventare attori creativi e solidali di un tessuto collettivo dove la ristrutturazione del ruolo sociale è mediata dalla riorganizzazione di un gruppo di lavoro è un buon modo per cominciare a vivere ed esistere.
L’indagine fotografica è generalmente il primo strumento utilizzato per avvicinarsi a realtà che non ci appartengono, ma è anche un metodo che porta, attraverso l’immagine, alla condivisione sociale di ciò che nella camera si cerca di intrappolare. I laboratori di fotografia non hanno la pretesa di cambiare il mondo, però contribuiscono ad alfabetizzare visualmente la collettività che vi partecipa. Lo strumento utilizzato è la fotografia: non sono corsi tecnici, bensì giochi-azione che riescono a trasformare l’arte in strumento (alternativo) di sviluppo, crescita culturale e apprendimento.
Età: 6-14 anni. La progettazione partecipata con i bambini rappresenta una sfida rivolta al coinvolgimento di tutti quegli attori che generalmente non vengono considerati nei processi progettuali, che rappresentano il futuro della città perché domani saranno loro i “grandi” e contribuiranno allo sviluppo del mondo e della società; perché loro hanno la mente ancora poco contaminata dalla società in cui vivono e quindi possiedono una maggiore libertà di pensiero; perché loro sono spontanei e non hanno vergogna di dire come la pensano; perché loro sono bambini e noi abbiamo il dovere di investire su di loro.
Obiettivo: comprendere lo
spazio favelado osservando da un punto di vista differente. Coinvolgere i bambini in un’attività ricreativa che permetta loro di esprimersi utilizzando uno strumento non comune nell’ambiente in cui vivono. Documentare tutto il lavoro dei laboratori della Cidade Imaginária in modo alternativo, trasformando un gioco in “lavoro”.
Risultati ottenuti:
• attiva partecipazione da parte di numerosi bambini, che malgrado giocassero con noi, si sono mostrati molto seri e incuriositi, mettendosi alla prova in una nuova attività
• aumento dell’autostima, dell’identità del singolo e del senso di appartenenza al luogo: manifestati in modo eclatante durante la proiezione del loro stesso lavoro
• individuazione di specifiche problematiche relative agli spazi della favela che potrebbero divenire la base per una nuova classificazione degli spazi
• manifesta volontà di cambiare le cose: l’attenzione è ricaduta più volte sulle costruzioni in legno che andrebbero rifatte, sulle case intonacate che andrebbero colorate, sull’assenza di una piazza in cui potersi ritrovare e riconoscere, sul problema della spazzatura che viene lasciata ovunque, sull’assenza di pavimentazione lungo le vie che crea parecchi disagi nelle giornate di pioggia, sui piccoli giardini che faticano a sopravvivere nella polvere
• un documentario ad altezza bambino: tutte le fasi di colorazione della facciata e della creazione di modellini sono state attentamente riprese dagli occhi vigili dei bambini, che, soprattutto nei primi momenti, chiedevano conferme sulla loro “professionalità” mostrandoci gli scatti uno per uno. L’utilizzo di più camere ha fatto sì che nascessero discussioni spontanee tra due “fotoreporter” dando origine ad un confronto sulle tematiche che riguardano la loro favela.
Principale regola del gioco: il punto di vista deve essere inferiore al metro d’altezza (
abaixo de um metro!)
Costanti: tema: la strada; identificazione (tramite nome proprio apposto sulla maglietta); spiegazione del gioco sotto forma di “riunione” per strada; massima libertà espressiva sul tema; breve “discussione” inerente gli scatti
Variabili: nessuna persona; numero di foto; sequenza: scatto - giustificazione dello scatto
Strumenti utilizzati: 3 camere digitali
Viene consegnata la macchina fotografica al bambino che da quel momento è libero di andare alla ricerca delle sue immagini. Quando il bambino torna gli viene chiesto di spiegare quello che ha fotografato e perché: questo rappresenta il momento più importante del gioco, in cui avviene uno scambio diretto di informazioni relative al tema in questione.
Oppure, la “discussione” è a monte, prima che ognuno scatti le foto. L’atto fisico di fotografare diventa la conclusione di un ragionamento che i partecipanti sono in qualche modo costretti a fare.
La regola principale, che può sembrare superflua, è un elemento basilare per il raggiungimento degli obiettivi del progetto alle diverse scale. Dal punto di vista sociale, il metro di altezza di riferimento ha consentito la partecipazione di tutte le fasce d’età, senza discriminazioni, coinvolgendo i gruppi di adolescenti che spesso si mostrano restii a “mischiarsi con i piccoli”. Proprio gli adolescenti hanno avuto un ruolo importante improvvisandosi assistenti e divenendo così il tramite tra chi dirigeva il gioco (noi) e i bimbi, spiegando loro tutte le regole che andavano rispettate e aiutando noi nella gestione dei gruppi. Questa iniziativa spontanea è fortemente legata al ruolo del leader all’interno dei gruppi, alla necessità di trovare o diventare punti di riferimento.
L’atto fisico di abbassarsi, invece, si trasforma in atto creativo, in quanto costringe l’osservatore a fare una pausa, a scegliere bene il luogo da cui mirare; è inoltre un modo per isolarsi psicologicamente dal caos della favela e concentrarsi solo sull’immagine che si sta riprendendo.
Per i bambini la fotografia funziona come mezzo per esplorare il loro mondo e condividerlo con tutti noi.
[Stephen Tourlentes]