Duecentottantacinque metri quadrati di superficie utile su un piccolo parco di mille metri quadri, nasce come la seconda casa , casa di montagna, su un terreno situato nel mezzo di una splendida riserva naturale sul monte Rokko, nei pressi della città Ashiya, nella provincia di Hyogo.
E' composta da tre volumi, paralleli tra loro e ruotati di 45° rispetto al confine del lotto in modo da avere una migliore esposizione solare e conservare gli antichi alberi del parco. I tre corpi risultano parzialmente interrati poiché il terreno è particolarmente scosceso.
L'ingresso della casa, indirizzato da un vialetto posto in maniera asimmetrica rispetto al corpo, è situato al piano superiore del corpo centrale. Parallelepipedo di cemento armato che contiene, al piano superiore, oltre l'ingresso, la stanza da letto padronale, un bagno ed un piccolo studio. Attraverso una scala rettilinea si accede al livello inferiore occupato da un vasto salone a doppia altezza, dalla zona pranzo e dalla cucina.
L'illuminazione del salone viene generata da due grandi vetrate rettangolari con infissi di acciaio e tagli differenti, e da lucernari lunghi e stretti che tagliano il soffitto lungo i muri perimetrali lasciando entrare la luce radente e cangiante sulle enormi superfici nude di cemento a vista delle pareti.
Luminosità in perfetta sintonia con la forma il tutto proiettato verso quell'essenzialità a cui Ando tende.
Sapiente gioco di luci ed ombre che aspira a quell'armonia dell'architettura cinquecentesca della casa del tè (sukiya) giapponese, luogo in cui il tempo è sospeso e "la mente del saggio, in stato di quiete, rispecchia l'universo e l'intera creazione" (Chuang-tzù).
A sud del corpo centrale vi è un secondo edificio più basso e più lungo, ma della medesima larghezza, collegato al primo tramite un corridoio interrato ad ovest. Questo secondo corpo contiene otto piccole stanze da letto, per i bambini e gli ospiti, poste in linea e affaccianti su un lungo corridoio, ed un bagno all'estremità ovest.
Le stanze si aprono tutte a sud, schermate all'esterno da un porticato e, per un tratto, da un muro di contenimento prolungato parallelamente all'edificio.
Tra i due volumi Ando crea una specie di cortile interno aperto sui due lati minori con uno spazio che si fonde ad est con il declivio del monte e ad ovest si trasforma in una scalinata. Questa occupa tutta la larghezza della corte e giunge al livello del tetto piano e balaustrato del secondo corpo di fabbrica.
Con riferimento a Casa Malaparte a Capri di Adalberto Libera, la scala di Ando assume il ruolo ,sì, di metafora architettonica ma anche di ordinatore della natura altrimenti lasciata intatta. Allude a qualcosa, un monumento, un rito, ma in verità conduce solo ad un luogo vuoto, al nulla, ad una terrazza esposta a tutte le intemperie, ma in particolare non al sole, come in Casa Malaparte, ma alla luna.
Il terzo corpo di fabbrica è a pianta quasi semicircolare, corpo che conclude, anche se addizione cronologicamente successiva, in maniera omogenea e naturale il progetto di partenza. Ospita l'atellier della padrona di casa, stilista, ed un piccolo bagno.
Quasi totalmente interrato, il volume è chiuso da un severo muro di cemento che si apre ad est, quasi fosse squarciato, in una grande vetrata. Lungo il muro curvo corre un lucernario stretto che lascia filtrare in maniera inquietante la luce all'interno di questo spazio nudo e quasi astratto.
"Nel gioco delle ombre" scrive Ernst Junger, "le cose sono svelate e contemporaneamente spiritualizzate. Esse accedono a una sfera superiore, quella in cui mai decadono e che è propria del loro stesso progetto. Le cose sembrano immateriali e contemporaneamente più imponenti." La luce svela quindi la natura delle cose ma ne attribuisce contemporaneamente nuovi significati.
Il calcestruzzo di Tadao Ando reagisce alla luce disgelando la sua vera natura e non semplicemente il significato dato dalla mano dell'uomo. Inoltre se "la luce mostra nelle forme la sua componente statica, mentre nel colore disvela piuttosto quella dinamica", la monocromia intransigente del calcestruzzo di Ando esalta l'immobilità delle sue continuità spaziali.
La luce è infatti espressione del "desiderio di esibirsi"proprio delle cose. I colori come ricorda Goethe "essendo imprese e sofferenze della luce" non potrebbero che turbare l'intimità della quiete che è il fine di questo progetto.
Valeria De Mattia
BIBLIOGRAFIA
FRANCESCO DAL CO, Tadao Ando Le opere, gli scritti, la critica, Milano, Electa, 1994 (ristampa del 2001)